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28/03/2012
Sintesi della relazione del segretario Pier Luigi Bersani durante la Direzione nazionale del PD
Bersani: "Dobbiamo arginare la recessione"
"In un paese carico di incertezze dobbiamo trasmettere salvezza, unità, sicurezza, convinzione che diano il senso della nostra posizione". Così il leader del PD, Pier Luigi Bersani durante la Direzione nazionale del Partito, ha introdotto la sua relazione poi votata e approvata all'unanimità dai delegati.
"Fisseremo un presidio sul lavoro, un tavolo con gruppi parlamentari e partito" nel quale si dialogherà con tutti i soggetti sociali. "Nelle prossime settimane non servono proposte estemporanee. Il PD non dev'essere un partito "con cento voci".
C'è la "necessita' di una politica attiva per contrastare la recessione" e serve "dare un segnale" chiaro in questo senso. Per dare respiro ai comuni c'è bisogno di una serie di interventi a tra cui "l'allentamento del Patto di stabilità". È necessario dare un messaggio di riscossa nazionale: “noi siamo consapevoli dei problemi che ci sono e siamo consapevoli nel dare il nostro appoggio al governo Monti anche in questi momenti di grande incertezza”. Ma non dimentichiamoci cosa è successo fino a poco tempo fa e chi ha governato 8 degli ultimi 10 anni. Dalla destra non accettiamo nessuna lezione!
“Il Partito Democratico è il principale soggetto per il cambiamento e il riscatto del Paese. Il PD dovrà essere l'infrastruttura nazionale capace di andare e dire le proprie idee in molti posti politici, culturali e sociali”.
Riforma del Lavoro. "Proponiamo di abbassare i toni e chiediamo alle forze parlamentari di riflettere sui punti controversi" della riforma del Lavoro che approda in Parlamento. "Noi non siamo fermi, ma siamo stati i primi ad intercettare la preoccupazione crescente tra i lavoratori. Ricordiamoci che per affrontare la riforma ci vuole anche modestia: sono i lavoratori che conoscono bene cosa sia la cassa integrazione e l'articolo 18. Si può arrivare in tempi rapidi a un risultato ragionevole con un dibattito parlamentare serio e costruttivo per correggere le lacune che ci sono. Siamo positivi e fiduciosi sull'esito della riforma”.
Legge elettorale. “Una cosa è chiara: il PD non traccheggia sulla necessità di riformare la legge elettorale. Per noi quella è una priorità assoluta a cui vorremmo aggiungere anche la diminuzione del numero dei parlamentari e una legge riforma dei partiti”. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che laddove non arrivano i meccanismi elettorali è la politica che deve dare delle risposte. La domanda che parte dal profondo del Paese con chi vai e contro chi sei, pretende una risposta”.
"Le forze di centrosinistra di governo si rivolgeranno a tutte quelle forze moderate e civiche che vogliono andare oltre il populismo e il berlusconismo che molti danni hanno portato al paese".
Primarie. La commissione statuto del PD si metterà subito al lavoro "per trovare soluzioni correttive che mettano in sicurezza le primarie", soluzioni che saranno votate nella prossima assemblea del PD dopo le amministrative. “Nella malaugurata ipotesi che non si possa arrivare ad una riforma della legge elettorale, le primarie saranno uno strumento democratico fondamentale. Non possiamo non tenere conto delle preoccupazioni di Franceschini e dovremmo trovare dei meccanismi alternativi di designazione dei candidati. Quando si entrerà nel merito vedrete che sarà possibile", ha detto Bersani in direzione chiudendone i lavori.
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23/06/2011
Documento conclusivo della Conferenza, votato alla unanimita
Proposto dalla commissione programmatica e organizzativa della Conferenza
La commissione programmatica e organizzativa propone il seguente ODG:
La prima conferenza nazionale per il lavoro approva il documento “Persone , lavoro, democrazia” e la relazione di Stefano Fassina. In particolare ne apprezza un concetto di fondo: le politiche di rilancio del valore del lavoro e il contrasto alla precarietà non possono risolversi con semplici formule legislative, ma devono consistere in un insieme di interventi di politica economica e sociale con al centro una scelta essenziale: restituire senso, dignità, valore e reddito al lavoro, in tutte le sue forme. Si tratta di rovesciare il paradigma della svalutazione del lavoro anzitutto con una operazione culturale. In termini operativi ed urgenti si devono promuovere riforme strutturali, liberalizzazioni, politiche industriali sui principi di “Industria 2015”, politiche ambientali, investimenti nella logistica e infrastrutture come specificato nel PNR presentato dal PD. In tale contesto si devono promuovere efficaci politiche di contrasto alla precarietà, innanzitutto per rendere il costo del lavoro a tempo indeterminato inferiore a quello del lavoro flessibile.
La Conferenza Nazionale, valutato positivamente il lavoro di analisi e di proposta emerso dalle Conferenze regionali, assume i contributi programmatici da esse approvati come parte integrante della proposta del PD per una iniziativa sui temi del lavoro e dello sviluppo diffusa su tutto il territorio nazionale.
La Conferenza inoltre assume gli ordini del giorno, i contributi tematici e di settore, che integrano ed arricchiscono il documento nazionale.
La Conferenza Nazionale riconosce ed impegna il PD a promuovere come buone pratiche le importanti politiche per il lavoro adottate dalle amministrazioni regionali e dagli Enti Locali guidati dal centrosinistra, nonostante i pesantissimi tagli ai trasferimenti dal bilancio dello Stato. Sono esempi concreti di politiche economiche per il lavoro possibili anche dentro i vincoli stringenti di finanza pubblica.
La Conferenza Nazionale ritiene di grande valore l’ampio dibattito svolto nelle assemblee e negli incontri preparatori e sottolinea le seguenti proposte di sintesi:
1. Un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile sostenuto dall’Europa.
L’occupazione delle donne e dei giovani deve diventare una priorità per l’Unione Europea e deve diventarlo per l’Italia. L’Europa deve supportare gli investimenti pubblici e privati per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, con l’emissione di eurobonds.
Per l’Italia è necessario un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile a cui concorrano, in modo coordinato e sinergico, con obiettivi verificabili governo, regioni, province, comuni e parti sociali. Nella consapevolezza dei vincoli di finanza pubblica, le risorse finanziare necessarie vanno recuperate dai fondi europei, nazionali e regionali e dai fondi interprofessionali per la formazione. Il Progetto deve prevedere l’equiparazione del costo e delle tutele di tutte le forme contrattuali, misure fiscali e politiche sociali di vantaggio per donne lavoratrici e giovani.
2. Legalità del lavoro e lavoro migrante.
Il contrasto al lavoro nero e irregolare è presupposto fondamentale per uno sviluppo fondato su regole minime di civiltà, e per la sicurezza nei luoghi di lavoro e nelle comunità. Il PD ha promosso una iniziativa legislativa nel Parlamento italiano ed in quello europeo per il perseguimento del reato di caporalato e di ogni forma di sfruttamento del lavoro. E si impegna a cancellare la vergogna della detenzione nei CIE.
3. Il Mezzogiorno come questione nazionale.
L’emergenza della disoccupazione giovanile e femminile assume dimensioni più gravi nel Mezzogiorno.
Pensare la questione meridionale come questione nazionale, è una condizione essenziale per una valutazione realistica dello stato dell’Italia. (rif. documento approvato Assemblea Nazionale del Partito Democratico il 4-5- febbraio 2011).
4. Modello contrattuale e partecipazione.
Il modello centrato sul contratto nazionale di lavoro va riformato, ma il contratto nazionale resta uno strumento irrinunciabile per garantire la tutela del lavoro e regolare la competizione. I contratti nazionali vanno drasticamente ridotti di numero e alleggeriti per materie regolate. Il secondo livello di contrattazione va valorizzato ed esteso, come strumento di qualificazione delle specifiche condizioni produttive e di miglioramento delle retribuzioni, ma non può vanificare il contratto nazionale.
Per promuovere la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e la democrazia economica il PD ha presentato proposte di legge per il pieno riconoscimento dei diritti d’informazione e consultazione dei lavoratori, l’istituzione di comitati consultivi permanenti, la promozione del sistema dualistico di governance aziendale (Consiglio di sorveglianza e consiglio di amministrazione) con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori nei consigli di sorveglianza.
5. La rappresentatività sindacale.
La regolazione della rappresentanza e rappresentatività sindacale è essenziale per garantire la democrazia nei luoghi di lavoro e il pieno coinvolgimento dei lavoratori nella validazione dei contratti secondo i principi dell’accordo Cgil, Cisl e Uil del 2008 e sulla base delle regole vigenti nel pubblico impiego. È urgente definire queste regole per soddisfare due requisiti: garantire l’efficacia degli accordi attraverso la certificazione della rappresentatività; garantire l’elezione delle Rappresentanze sindacali unitarie da parte di tutti i lavoratori e la piena agibilità sindacale anche per le organizzazioni non firmatarie degli accordi.
Una legge in materia di rappresentanza e democrazia nei luoghi di lavoro è utile solo per sostenere un accordo unitario fra le parti.
Il PD ed il lavoro
La Conferenza Nazionale per il Lavoro impegna tutte le strutture del PD a proseguire nel sostegno alle vertenze dei lavoratori coinvolti nelle crisi aziendali e ad estendere la presenza del Partito nel mondo del lavoro, fra i lavoratori dipendenti delle grandi e piccole imprese e delle pubbliche amministrazioni, fra i lavoratori autonomi e delle professioni, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e del lavoro precario.
A tal fine, la Conferenza invita tutte le organizzazioni territoriali del partito a costituire i Forum del Lavoro come sedi permanenti rappresentative delle articolazioni del lavoro e delle competenze in materie economiche, sociali e lavoristiche. Invita, inoltre, le organizzazioni del partito a costituire i circoli di ambiente organizzati nei luoghi di lavoro o per ambiti tematici e di settore.
La Conferenza chiede alla Segreteria Nazionale, alla Direzione Nazionale e all'Assemblea Nazionale di inserire nello Statuto del Partito Democratico la "Conferenza Nazionale per il Lavoro" quale appuntamento politico e organizzativo annuale permanente e, conseguentemente, chiede alla Direzione Nazionale di definirne il regolamento di attuazione.
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23/06/2011
Conferenza nazionale per il Lavoro - Genova, 17-18 giugno 2011
Relazione di Stefano Fassina
"Noi raccogliamo la sfida dell’innovazione progressiva: valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia".
Oggi, siamo al passaggio conclusivo di un lungo percorso. È stato un percorso aperto. Un percorso di apprendimento collettivo. Abbiamo incominciato a costruire una lettura condivisa. Una consapevolezza comune. Abbiamo riscontrato quanto articolata e variabile è la condizione del lavoro oggi in Italia.
Abbiamo incontrato gli operai della Vynils a Porto Torres e a Porto Marghera, quelli della Fiat a Termini Imerese, a Pomigliano, a Mirafiori e quelli di Fincantieri qui a Genova e a Castellammare. Le donne e gli uomini della Thyssen e della Basel a Terni. Gli ingegneri informatici dell’Eutelia. I precari delle pubbliche amministrazioni, offesi dal Ministro Brunetta, al quale ribadiamo la richiesta di dimissioni. I precari dei call center. Gli artigiani della provincia di Verona ed i giovani avvocati a Roma. I micro-imprenditori de L’Aquila e gli insegnanti a Palermo.
Il lavoro nel primo scorcio del XXI secolo si esprime in una straordinaria varietà e variabilità di condizioni materiali, storie personali e collettive. Anche conflitti fondati su interessi diversi, non su un’ideologia antagonista come racconta la vulgata del Ministro Sacconi. Un tratto comune, sotto traccia, esiste. E’ la domanda di dignità del lavoro. E’ la volontà di affermare il lavoro come fonte di dignità della persona e pilastro della Costituzione. E’ la disponibilità a convergere su un progetto di cambiamento progressivo per l’Italia.
La sfida investe il “senso del lavoro”, prima ancora che il piano programmatico. E’ la sfida che la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, l’analisi più lucida della grande transizione in corso, pone alla politica. E’ la sfida sulla quale siamo impegnati: ridefinire il senso del lavoro per affermare, nel quadro di un’economia globale oggi senza regole democratiche, un “neo-umanesimo integrale”.
E’ una sfida ambiziosa in un “tornate storico” difficile. E’ sbagliato insistere a definire “crisi” la fase in corso. Siamo, in realtà, in una “grande transizione” geo-economica, geo-politica, tecnologica e demografica. E’ una fase di straordinario cambiamento. Il punto politico è: quale cambiamento? Il futuro è già scritto? L’alternativa in campo è resistere o cambiare lungo la strada della modernità regressiva? Nella divisione sindacale su “Fabbrica Italia” abbiamo avvertito il rischio di cadere nell’alternativa tra resistenza e rassegnazione.
No, l’alternativa non è resistere o cambiare. Innovare è necessario. Ma, l’alternativa è nel segno dell’innovazione. Progressiva o regressiva? In altri termini, la politica può tornare a regolare l'economia, oppure deve rimanere ancella ed eseguire le ricette dettate da ristrette oligarchie economiche e messe in bella forma da una parte delle forze intellettuali dell'accademia e dei media?
Oggi, il lavoro subisce rapporti di forza sfavorevoli come mai è stato nel secolo alle nostre spalle. Il capitale fa shopping globale di lavoro. Gli strumenti istituzionali, politici e sindacali per affermare il lavoro sono spuntati in quanto chiusi nello Stato nazionale. Così, in nome della possibilità di lavorare, le persone, prima che le organizzazioni sindacali, devono accettare ulteriore regressione delle condizioni del lavoro. Questa è la chiave per comprendere la vicenda Fiat e tante altre vicende, avvenute ovunque senza titoli di apertura dei media, nel ventennio alle nostre spalle. L’a.d. di Fiat-Chrysler fa il suo mestiere. Tuttavia, l’interesse legittimo della proprietà dell’impresa non è l’interesse generale. L’interesse dell’impresa diventa interesse generale quando è combinazione virtuosa di due interessi distinti: la proprietà dell’impresa ed il lavoro. È un patto, non è un atto unilaterale in nome di una modernità integralista.
La nostra sfida Noi raccogliamo la sfida dell’innovazione progressiva. La nostra sfida è valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia. La nostra stella polare è l'art 1, l'art 3 e l’art 4 della nostra insuperabile prima parte della Costituzione. Il lavoro inteso nella sua generalità. Innanzitutto, l’anello più debole della catena, l’area sociale che più ha sofferto l’offensiva liberista: il lavoro subordinato, in tutte le sue forme, esplicite o coperte dal contratto a progetto o dalla Partita Iva. Poi, il lavoro autonomo vero. Il lavoro professionale. Il lavoro dell'imprenditore datore di lavoro. Oggi, nella recessione, siamo tutti nella stessa barca. Vero. Ieri, quando i profitti c’erano, eravamo su barche diverse. Pochi saltavano avanti. Troppi rimanevano indietro. La nostra è in primo luogo un’opzione etico-politica. Ma, è anche un’opzione per lo sviluppo sostenibile. Equità e sviluppo vanno insieme. L’equilibrio saltato tra il 2007 e 2008 era insostenibile in quanto sorretto dalla regressione del lavoro nelle economie mature e dalla conseguente massiva concentrazione del reddito e della ricchezza. La finanza allegra era funzionale ad alimentare a debito la macchina dei consumi. Oggi, siamo prigionieri della stagnazione nelle economie mature perché, invece di invertire il senso di marcia, insistiamo nella regressione del lavoro, direttamente nel mercato del lavoro o smantellando il welfare. Il nuovo non è neutro. Spesso è passato remoto camuffato da modernità. Noi vogliamo dare un segno progressivo all’innovazione. E’ difficile, ma è possibile. Gli eventi degli ultimi mesi lo dimostrano. Le domande delle piazze del Maghreb sono domande di lavoro, di miglioramento delle condizioni materiali di vita. Certo. Ma sono sopratutto domande di libertà, di dignità della persona.
Sono le stesse domande che assillano i protagonisti dei due video iniziali. Le domande dei giovani precari e disoccupati a all'angolo di Porta Portese a Roma prima della bella manifestazione “Non +” del 9 Aprile scorso e le domande degli adulti, i quarantenni e cinquantenni "sprecati". Sono le stesse domande che il centrosinistra e, in particolare, il Pd hanno incrociato nelle recenti elezioni amministrative e nei referendum di settimana scorsa. Sono domande di recupero di centralità della persona, di riappropriazione della politica, di riavvio della regolazione democratica dell’economia. Noi siamo riusciti ad intercettare la domanda di cambiamento progressivo perché abbiamo messo in campo un profilo identitario autonomo ed adeguato. La nostra responsabilità oggi è dare risposte operative efficaci per promuovere i beni pubblici. Non si può tornare indietro. Attenzione: qui c'è uno snodo politico decisivo. Le domande di cambiamento progressivo rischiano di rimanere senza risposta perché la politica, prigioniera degli Stati nazionali, non è all’altezza dell’economia globale. Non a caso, nell'UE, si rafforzano ovunque, anche nei porti un tempo sicuri delle democrazie nordiche, i populismi nazionalisti. Non a caso, dilagano le proteste degli "indignatos" a Puerta del Sol o davanti al Parlamento di Atene segnate anche dall’antipolitica. Le democrazie nazionali non hanno strumenti adeguati per rispondere alle domande. Questione democratica e questione sociale sono insieme, ma rischiano il cortocircuito. La debolezza della democrazia ha le stesse radici della debolezza del lavoro. Il futuro del lavoro è il futuro della democrazia.
Padri e figli Oggi, siamo di fronte ad una "emergenza giovani". Non solo precarietà, ma disoccupazione ed inoccupazione. Il bassissimo tasso di occupazione giovanile, riflesso di chi cerca lavoro e non lo trova e di chi non lo cerca più perché scoraggiato, deve diventare la nostra ossessione quotidiana. Le condizioni delle giovani generazioni sono drammatiche. I giovani sono l'area di sofferenza più acuta di uno smottamento che ha segnato l'insieme del variegato universo del lavoro del settore privato. Non soltanto le fasce più in basso, ma anche, ecco la novità economica e politica, la stragrande maggioranza delle classi medie. Il 90% dei lavoratori ha perso reddito e ricchezza a vantaggio del 10% più in alto. Emergenza giovani. Ma, l'interpretazione duale delle condizioni del lavoro non regge la prova dei dati di realtà. L'universo del lavoro del settore privato, in particolare del lavoro sostanzialmente subordinato, non é divisibile in figli precari e padri garantiti. La formula magica "meno ai padri, più ai figli" ha portato "meno ai padri e ancora meno ai figli".I padri garantiti non sono i lavoratori con qualche residua ed illusoria tutela, come indicano le gravi crisi aziendali ricordate prima. Ma, aree estese di rendita resistono tenacemente nell’economia. Lo dimostrano i dati vergognosi sulla mobilità sociale. Da noi, la metà dei figli eredita la posizione sociale ed economica della famiglia. Insomma, la principale linea di conflitto è sociale, prima che generazionale. Il vento del cambiamento deve portare concorrenza e merito. Allora, per rispondere davvero alle sempre più angosciate domande di futuro delle generazioni più giovani dobbiamo affrontare il nodo del sentiero di sviluppo e dei modelli di consumo e dell’ordine sociale promosso dalle politiche liberiste per un trentennio. Per rispondere alle aspettative delle giovani generazioni dobbiamo alzare lo sguardo.
Il rilancio politico dell’Unione Europea Che fare?Lo abbiamo indicato nel nostro Programma Nazionale di Riforma discusso con le parti sociali il 21 Marzo e proposto, inutilmente, al Ministro Tremonti per la discussione parlamentare. La politica economica comune definita dai governi di centrodestra in Europa va riorientata. La governance economica comune ha fatto passi avanti. Ma la direzione di marcia è sbagliata. Sappiamo tutto sul livello dei debiti sovrani e delle fragilità bancarie. Conosciamo i decimali delle previsioni di inflazione. Mai sentiamo dire che dalla metà del 2008, nell’UE 7 milioni di uomini e donne hanno perso il lavoro, circa 1 milione in Italia, inclusi i cassaintegrati. Innanzitutto i più giovani. L’Unione europea deve dotarsi di un motore autonomo di sviluppo alimentato dal sostegno alla domanda interna. La linea mercantilista dei governi di centro-destra, giocata sulla ulteriore destrutturazione dei rapporti di lavoro e sui tagli al welfare, porta l'UE ha sbattere. Ogni giorno diventano più elevati i rischi di rottura. Oggi, l'ostacolo alla ripresa è la carenza di domanda aggregata. Sono necessari investimenti, in particolare nella green economy, fonte straordinaria di occupazione di qualità, da finanziare attraverso eurobonds, la Financial Transaction Tax, la tassazione ambientale. Inoltre, è decisiva la redistribuzione del reddito, sia per via contrattuale sia attraverso le politiche di bilancio. Noi vogliamo dire la verità, una scomoda verità, alle generazioni più giovani: senza una strategia europea orientata allo sviluppo sostenibile, l'occupazione giovanile di qualità rimane una chimera. Il Pd non è solo in Europa. Non combattiamo contro i mulini a vento. Nella UE, gli altri partiti progressisti sono sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Settimana prossima Bersani incontra a Bruxelles gli altri leader progressisti europei per portare avanti un’agenda alternativa comune. Siamo insieme alla Confederazione Europea dei Sindacati, l’organizzazione unitaria di tutti i sindacati europei, la cui neo-eletta Segretaria Generale, Bernadette Ségol è qui con noi. Oggi siamo lontani dall’obiettivo. Ma non dobbiamo scoraggiarci. Quanto era lontano per Altiero Spinelli l’obiettivo di una comunità europea quando, nel 1941, in un carcere fascista, scriveva “Il Manifesto di Ventotene”? Qualche giorno fa, di fronte alla miopia dei governi di centrodestra europei, sono state ricordate le parole di Jean Monnet: “L’Europa si costruirà sulle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a tali crisi”.La realizzazione dell’euro è stato il più grande atto di responsabilità nei confronti delle giovani generazioni. Ma Amato, Ciampi, Prodi, Napolitano e gli altri statisti europeisti lo hanno posto come prima tappa di una svolta politica. Purtroppo, non si è andati avanti abbastanza. Le forze progressiste devono rimotivare l’Unione Europea come strumento di democrazia effettiva e di promozione del lavoro nell’arena globale del XXI secolo.
I compiti a casa L’insistenza sul rilancio progressista dell’UE non ci esime dai compiti a casa. Attenzione: la lettura duale dell’Italia declamata dal Ministro Tremonti è infondata. I dati smentiscono un Nord in corsa frenato da un Sud sempre più disperato. Come abbiamo indicato nel documento sul Mezzogiorno approvato dall’Assemblea Nazionale di Febbraio scorso, nel decennio pre-crisi le aree più dinamiche del Paese si sono allontanate dalla media europea più del Sud. L’Italia intera ha urgenza di riforme. La “Questione settentrionale” è questione nazionale tanto quanto lo è la “Questione meridionale”. La Lega ha perso le recenti elezioni perché ha continuato ad affrontare le domande del Nord su un piano di redistribuzione di risorse da soddisfare con l’appropriazione federalista. Non funziona. La questione settentrionale è questione di accumulazione, ossia di condizioni di competitività, di riforme. Noi dobbiamo aprire una stagione di riforme nazionali. L’elenco è noto. Le riforme strutturali, innanzitutto la scuola pubblica umiliata dai tagli ciechi, le pubbliche amministrazioni, il fisco, le liberalizzazioni; le politiche industriali per l’innovazione e la green economy; gli investimenti nelle infrastrutture. Le priorità le abbiamo indicate nel nostro PNR. Servono un obiettivo storico: il tasso di occupazione femminile al 60% alla fine del decennio. Tre milioni di donne in più al lavoro. Un obiettivo sistemico. Una svolta per l’occupazione giovanile e meridionale. Una rivoluzione gentile. Soltanto una stagione di riforme profonde può riavviare l’anemica produttività italiana. Purtroppo, il Governo Berlusconi per difendere tante posizioni di rendita ha polarizzato il nostro dibattito di politica economica sulla produttività del lavoro intesa come produttività dei lavoratori. Puntare sulla contrattazione di secondo livello per motivare i lavoratori e così innalzare la produttività è un contributo utile. Ma, il nostro problema di fondo è la produttività totale dei fattori, non la produttività dei lavoratori. L’anemia della nostra produttività dipende dai ritardi dei contesti produttivi: nelle infrastrutture e nella logistica, nei servizi pubblici e privati ai cittadini ed alle imprese, nei costi dell’energia, nel rispetto della legalità e nel civismo. I nostri ritardi dipendono dagli incentivi perversi del nostro sistema fiscale, generoso con le rendite e punitivo con i redditi da lavoro e da impresa. Una perversione accentuata dai decreti sul federalismo fiscale che ha ridotto le tasse sulle rendite immobiliari senza toccare le rendite finanziarie e innalzato le imposte sul patrimonio aziendale di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori. I nostri ritardi dipendono anche dalla carenza di investimenti delle imprese e dallo scarso contenuto innovativo degli investimenti effettuati. Tra le nefaste conseguenze dei contratti low cost, oltre all’impoverimento della qualità della vita delle persone, c’è stato anche il disincentivo agli investimenti innovativi. I nostri ritardi di produttività dipendono anche dalla qualità del management delle imprese. La differenza fondamentale tra l’Italia e gli altri grandi Paesi Europei e gli USA non è nella diffusione delle imprese familiari quanto nel fatto che nelle imprese familiari degli altri soltanto un terzo del management viene dalla famiglia, mentre in Italia supera i 2/3. Infine, ma non ultimo, i nostri ritardi di produttività dipendono dall’assenza di soluzioni giuridiche, fiscali, amministrative, di politiche industriali in grado di valorizzare la nostra dimensione prevalente di impresa. Piccolo non è né bello, né brutto in se. Dipende dal contesto nel quale è inserito.
Un Progetto nazionale per l’occupazione giovanile e femminile. L’emergenza della disoccupazione giovanile e femminile non può essere affrontata con interventi spot e toppe sullo status quo. Dobbiamo innovare radicalmente. Proponiamo un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile a cui concorrano, in modo coordinato e sinergico, con obiettivi certi e monitorabili, governo, regioni, province, comuni e parti sociali. I vincoli di finanza pubblica sono stringenti e vanno osservati. L’attuazione non può che essere graduale. Le risorse finanziare vanno recuperate dai fondi europei, nazionali e regionali e dai fondi interprofessionali per la formazione. Il Progetto dovrebbe prevedere:
- l’eliminazione dei vantaggi di costo del lavoro precario rispetto al lavoro stabile, un integrazione fiscale per sostenere le pensioni dei lavoratori più giovani e meno tutelati e la drastica riduzione delle forme contrattuali.
- una riforma vera del contratto di apprendistato, non strumento per abbattere il costo del lavoro, ma contratto effettivamente a causa mista per garantire formazione adeguata e certificata, durata minima e massima congrua e accesso fiscalmente agevolato al lavoro stabile.
- il potenziamento dei servizi pubblici per conciliare lavoro e maternità ed un significativo aumento della detrazione fiscale per le mamme che lavorano.
- la defiscalizzazione per i primi tre anni di attività delle imprese avviate da giovani.
- un salario o compenso minimo, determinato in relazione ai minimi dei contratti nazionali di riferimento.
- la regolazione e la remunerazione degli stage.
- indennità di disoccupazione e tutele fondamentali per tutte le tipologie di lavoro, dipendente, autonomo, professionale.
- l’universalizzazione dell’indennità di maternità e il ripristino delle norme di contrasto alle “dimissioni in bianco”.
- la riforma della formazione professionale e della formazione continua.
- l’introduzione di uno Statuto per i lavoratori autonomi ed i professionisti.
Contratti, rappresentanza, democrazia nei luoghi di lavoro, governance delle aziende Il CCNL va riformato, ma il CCNL è irrinunciabile. I contratti nazionali vanno ridotti di numero e assottigliati nella dimensione regolativa. Il secondo livello di contrattazione va valorizzato, ma non può vanificare il CCNL. Il contratto nazionale rimane uno strumento insostituibile per garantire coesione sociale e territoriale del paese e qualità delle strategie competitive. È urgente definire le regole per la rappresentanza e rappresentatività sindacale e la democrazia nei luoghi di lavoro per soddisfare due requisiti: garantire l’esigibilità degli accordi sottoscritti e garantire la piena agibilità sindacale anche alle organizzazioni non firmatarie degli accordi. In tale quadro, consideriamo come base della discussione il documento unitario di CGIL, CISL e UIL del maggio del 2008, il quale è, a sua volta, incardinato nei principi vigenti per il pubblico impiego. Quindi: centralità delle RSU, ossia rappresentanze sindacali elette da tutti i lavoratori; misurazione e certificazione indipendente della rappresentatività delle singole organizzazioni in base al mix di iscritti ed elettori. Per validare i contratti, tema di rilevanza costituzionale, riteniamo vada confermata la centralità della democrazia delegata, ossia la validazione a maggioranza del 50%+1. Riteniamo anche che vada riconosciuto, sia per i contratti aziendali che nazionali, alle organizzazioni sindacali non firmatarie e dotate nel loro complesso di una elevata rappresentatività o ad una ampia percentuale di lavoratori interessati dal contratto, il diritto di sottoporre l’esito del negoziato al referendum. Un eventuale accordo separato sulle regole della rappresentanza e della democrazia sarebbe per il Pd insostenibile e miope. Le regole del gioco devono essere condivise. Soltanto regole condivise possono alimentare il consenso per rendere esigibili erga omnes le decisioni prese in una fase di contenimento dei costi del lavoro e di indurimento delle condizioni di lavoro. Noi riteniamo che una legge sia utile per sostenere un accordo tra le parti. È strumentale e pericoloso l'improvviso innamoramento del Ministro Sacconi per la legge. È velleitario tentare di imporre una legge sulle regole della democrazia nei luoghi di lavoro a colpi di maggioranza parlamentare, soprattutto quando si tratta di una maggioranza parlamentare posticcia, netta minoranza nel Paese e la soluzione legislativa proposta è priva del consenso necessario al suo funzionamento. In una fase così difficile, avremmo bisogno di un Ministro all’altezza delle sue responsabilità istituzionali. Invece, da tre anni abbiamo a che fare con un Ministro intento a realizzare un suo disegno neo-corporativo nei contratti e nel welfare e a fare del lavoro l'unica variabile di aggiustamento dei problemi di competitività dell’Italia. Infine, il diritto di informazione e partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle scelte strategiche delle imprese, come previsto dall’art. 46 della nostra Costituzione. Il PD ha presentato proposte di legge per il pieno riconoscimento dei diritti d’informazione e consultazione dei lavoratori, l’istituzione di comitati consultivi permanenti, la promozione del sistema dualistico di governance aziendale con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori nei consigli di sorveglianza. Sono proposte sulle quali il PD chiede a tutte le forze politiche e sociali di misurarsi al più presto.
L’agenda di politica economica del governo L’Italia è in uno scenario più difficile del '92-'93. Le tre principali variabili compensative degli effetti del pesante aggiustamento fiscale allora compiuto sono oggi assenti: non possiamo svalutare; non possiamo contare sull'effetto dell'abbattimento degli spread sui tassi di interesse; non possiamo affidarci al traino della domanda europea, in quanto i programmi di aggiustamento fiscale riguardano pesantemente tutta l'UE. Noi abbiamo sostenuto, sin dall’estate 2008, che la priorità per ridurre il debito pubblico è l’innalzamento della crescita potenziale. Quindi, riforme strutturali, politica industriale, investimenti innovativi e spending review per ridurre e riqualificare la spesa. Il governo, per tutelare la coalizione della rendita, ha fatto il contrario. È andato avanti con tagli ciechi alla spesa, in particolare agli investimenti e aumenti surrettizi di entrate. Oggi, la linea comune decisa dai governi di centrodestra in Europa e le scelte sbagliate del governo italiano soffocano l’economia. Perseguire il pareggio di bilancio al 2014 implica recessione ed aumento della disoccupazione e fallimento degli obiettivi fissati. È un obiettivo irrealistico. Il governo deve chiarire al più presto, in Parlamento, che cosa intende fare. Non tenti di scaricare le responsabilità sulle spalle di chi viene dopo. Se non è il grado di scegliere, subito perché i mercati non aspettano Scilipoti, segua il messaggio chiaro delle urne. Vada via.
Una riflessione sul Pd L'impianto culturale della nostra posizione sul lavoro, la centralità del rapporto persona-lavoro-democrazia sarebbe stato difficile declinarla senza il contributo della pluralità di culture presenti nel Pd. L'amalgama qui è riuscito. È stato il risultato di un'intensa discussione ed elaborazione collettiva. Una sintesi innovativa ed adeguata alle sfide di fronte a noi. Il Pd si è affermato nelle difficile tornata elettorale appena chiusa in quanto ha incominciato ad essere in campo con un profilo identitario chiaro ed adeguato. Ora, abbiamo la responsabilità di costruire uno schieramento largo intorno ad un programma di ricostruzione morale ed economica dell’Italia. Uno schieramento oltre i confini della politica. Uno schieramento in grado di raccogliere le energie positive, le forze fresche della società civile protagoniste della tornata delle elezioni amministrative e dei referendum. Uno schieramento largo e plurale all'altezza di una sfida di portata costituente, tanto sul terreno istituzionale che economico e sociale.
In conclusione L'obiettivo del Pd è avviare la costruzione di un'alleanza tra le persone che lavorano. Non un blocco sociale omogeneo e statico, ma un’alleanza tra interessi diversi. Ricostruire il legame sociale unitario tra le persone per dare soggettività politica al lavoro. La soggettività politica del lavoro è condizione imprescindibile per dare anima, forza culturale ed etica all'alternativa politica. Il lavoro, nella grande transizione in corso, si propone come soggetto generale, non sommatoria di interessi parziali e corporativi. In tale scenario, per fare le riforme necessarie, abbiamo bisogno di un patto di portata costituente. Un patto tra le forze politiche, sociali ed economiche consapevoli che, oggi, affermare l’interesse generale del Paese è condizione per perseguire legittimi interessi di parte. Noi ci siamo. Noi non ci rassegniamo al declino del lavoro. Noi vogliamo contribuire a scrivere il cambiamento progressivo per un futuro di lavoro e di libertà. Per le persone, per il lavoro, per la democrazia. Per far tornare a sperare i ragazzi e le ragazze italiane ed europee
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20/06/2011
Documento conclusivo Assemblea Provinciale del Partito Democratico di Siena.
L’Assemblea Provinciale del Partito Democratico di Siena esprime un forte ringraziamento ai democratici e alle democratiche che si sono spesi per le elezioni amministrative 2011, ai candidati che si sono messi in gioco e ai tantissimi senesi che si sono recati alle urne alle amministrative e ai referendum del 12 e del 13 Giugno.
Un vento nuovo soffia nel nostro Paese: le vittorie nel primo e nel secondo turno delle amministrative e il raggiungimento del quorum nei referendum testimoniano un’altra Italia che c’è e che si è fatta sentire in modo inequivocabile. Un giudizio impietoso e deciso verso il centrodestra nei territori e sul piano nazionale assieme al segnale di un’Italia civica, attiva, legata alla nostra Costituzione e decisa a contare sui grandi temi del nostro presente. E’ un vento, questo, che trova le sue prime avvisaglie dalle splendide manifestazioni del 13 febbraio, dalle tante celebrazioni del 17 marzo.
Un vento nuovo che chiama il Partito Democratico e il centrosinistra ad una sfida eccezionale eppure difficile, quella di rappresentare un’Alternativa credibile, concreta, seria e capace, pur nelle ristrettezze economiche, di intraprendere quelle riforme necessarie per far correre il nostro Paese. Non ci dobbiamo abbandonare ai trionfalismi poiché la strada da percorrere è ancora lunga e impegnativa. Ci sentiamo però di esprimere un apprezzamento allo stato attuale delle cose per il paziente e serio lavoro del Partito Democratico per quanto riguarda l’elaborazione politica, la costruzione di proposte concrete su alcuni temi chiave (economia, lavoro, ambiente…), il radicamento, la capacità di elaborare modelli alternativi (ad esempio sul tema dell’immigrazione), lo sforzo organizzativo testo ad un Partito vivo e presente e, infine, la capacità di impostare grandi campagne nazionali di mobilitazione.
Non abbandonarsi a trionfalismi significa caricarsi addosso il proprio pezzo di responsabilità con autorevolezza e disinteresse a partire dai circoli fino al Partito nazionale. Il Partito Democratico è obbligato a sviluppare un salto di qualità percepito che lo porti ad essere il primo partito in Italia e l’architrave di una coalizione in grado di governare il Paese. Inoltre, abbiamo il dovere di tenere al centro dell’agenda politica un realismo e un’attinenza alla realtà massimi nell'analisi della grave crisi economica del nostro Paese, mentre dobbiamo riuscire a costruire un progetto, una speranza realizzabile. La crisi affonda profondamente le proprie radici nella società. C'è bisogno di un Partito che sappia produrre idee concrete e realizzabili punto per punto sugli argomenti chiave, come è stato fatto per il fisco o per il lavoro, per rappresentare il progetto politico alternativo alle macerie del berlusconismo.
I referendum sono stati un momento eccezionale di risveglio civico e civile. Il Governo afferma che ‘non è cambiato niente’, mentre molto è cambiato. In primo luogo sono cambiate oggettivamente tre cose. Il percorso immaginato dal Governo per la privatizzazione della gestione dell’acqua pubblica è naufragato, e questo chiama anche noi in Toscana ad una immediata riflessione sul futuro. La strategia energetica del centrodestra è stata sonoramente bocciata sull’unico punto qualificante espresso, ossia l’introduzione dell’energia nucleare. Il Presidente del Consiglio ha visto abrogare da milioni di cittadini l’ennesimo salvagente su misura costruito a proprio uso e consumo. Oltre a queste tre conseguenze oggettive, c’è una conseguenza politica innegabile: non si è votato su aspetti marginali dell’attività del Governo, ma su assi portanti, rispetto ai quali si è ampiamente invitato al non-voto pur di evitare il peggio. Questo significa che un Governo serio dovrebbe prendere atto di tale sconfessione e rassegnare immediatamente le proprie dimissioni.
Siena si conferma con un alto dato dell’affluenza (65,5%), seconda Provincia in Toscana e tra le prime in Italia. Il Partito Democratico si è mobilitato fortemente nei territori, con oltre cinquanta iniziative pubbliche e oltre centotrenta volantinaggi in Provincia, un’attività determinata che certamente ha contribuito al risultato complessivo. Inoltre c’è stata una proficua collaborazione con i comitati per l’acqua e per il nucleare, che tanto si sono spesi anche nei nostri territori per raggiungere l’obiettivo comune.
Le amministrative 2011 sul piano nazionale ci consegnano un quadro nel quale al primo turno, su cinque milioni e settecentomila elettori, dall’amministrarne due milioni e duecentomila, il centrodestra arriva ad amministrarne meno di settecentomila. Le vittorie simbolo sono senz’altro state Milano e Napoli con candidati non di diretta espressione del nostro partito ma nelle cui vittorie il Pd ha recitato, in modo responsabile, un ruolo decisivo. Abbiamo vinto anche a Torino, Bologna, Cagliari, Trieste, Mantova, Novara, Crotone, Macerata e in tanti altri comuni, tra cui la vicina Grosseto. Sui 29 tra sindaci di comuni capoluogo e presidenti di provincia, 24 sono espressione diretta del Partito Democratico.
Il ballottaggio di Milano ci ha consegnato l’immagine chiave di queste amministrative con Piazza Duomo inondata di arancione, con tanti giovani e tante donne a festeggiare un’avventura vissuta da protagonisti tutti insieme. Milano, assieme a tantissimi altri appuntamenti amministrativi, ci consegna anche un monito molto chiaro: uniti si vince. L’unità del Pd e del centrosinistra è condizione necessaria al successo. Assieme all’unità, contano i programmi e la capacità di esprimere idee chiare sui temi chiave dei nostri tempi: lavoro, redditi, pensioni, ambiente, servizi, scuola, fisco.
A Siena abbiamo festeggiato al primo turno la vittoria nel capoluogo e ci siamo affermati a Chiusi e Trequanda. Franco Ceccuzzi ha ottenuto il 54,7% dei consensi ed il Pd si è affermato con il 38,5%. Lo sforzo dei democratici e delle democratiche senesi è stato eccezionale, a partire dal Segretario Comunale Alessandro Mugnaioli, che è stato recentemente sostituito da Giulio Carli a cui va il nostro ‘in bocca al lupo’. La campagna elettorale, costruita attorno allo slogan ‘Bella Meravigliosa 2.0’, è riuscita anche a regalare alla città un momento bello, entusiasmante e ricco di contenuti. Fin dai primi giorni, il lavoro di Franco Ceccuzzi, della nuova Giunta e del nuovo Consiglio Comunale testimoniano un clima positivo, di grande aspettativa e di determinazione. Franco Ceccuzzi, come promesso in campagna elettorale, si è già dimesso da Parlamentare e vogliamo sottolineare il nostro ringraziamento per un’attività instancabile, legata al territorio e fatta di tanti risultati concreti.
I grandi sconfitti di questa tornata elettorale sono le liste civiche e il centrodestra. Il Pdl è fuori dal Consiglio Comunale di Chiusi, mentre abbiamo dato un segnale forte e chiaro ai trasversalismi o ai personalismi delle liste civiche battendole sonoramente. Le sconfitte di Casole d’Elsa e Pienza sono servite a costruire argini solidi, da implementare ogni giorno, contro il fenomeno di liste civiche che, ammantate dalla propria caratterizzazione ‘civica’, raccolgono il consenso del centrodestra mettendo in atto un trasversalismo inaccettabile o un personalismo che ormai anche sul piano nazionale inizia a vacillare.
L’Assemblea Provinciale ringrazia anche tutti i candidati di Chiusi e Trequanda, assieme a quelli di Siena. A Trequanda abbiamo ottenuto un ottimo risultato con il neosindaco Roberto Machetti e con un partito che si è messo pancia a terra, casa per casa e che ha saputo risvegliare ampi settori del paese (come dimostra anche l’alta affluenza al referendum). A Chiusi si è riusciti ad imporsi con la candidatura di Stefano Scaramelli dopo un ampio confronto interno al partito e alla coalizione. Anche a Chiusi, la raggiunta unità del Pd e di una coalizione a forte trazione Pd ci ha portati al successo.
Si apre adesso la stagione delle Feste Democratiche, che si stanno già svolgendo in tante frazioni del nostro territorio e che rappresentano la faccia pulita della Politica, promuovendo aggregazione, trasparenza nell’autofinanziamento ed elaborazione politica.
L'Assemblea Provinciale del Pd senese considera fondamentali e approva le seguenti priorità di lavoro:
1. Sviluppo e lavoro: la fase economica resta difficile ed incerta e c’è bisogno di un Partito Democratico attivo e presente nei territori, in sinergia con le amministrazioni locali. Il problema cruciale è quello dell’occupazione. Il nostro territorio ha quelle risorse necessarie a risollevarsi e ripartire al meglio, grazie anche ai numerosi e attenti interventi degli enti pubblici locali. Il lavoro e lo sviluppo, che già ci hanno visti impegnati nella conferenza provinciale e in quella nazionale nei giorni scorsi, devono rappresentare le priorità assolute della nostra agenda politica. In una fase complessa, in cui, nonostante il silenzio del Governo, ogni giorno abbiamo a che fare con disoccupazione e crisi aziendali, è necessario uno sforzo di unità e coesione sociale per uscire tutti insieme dalla crisi. Nei prossimi giorni, inizierà in Consiglio Regionale la discussione sul Piano Regionale di Sviluppo (PRS), che rappresenta la cornice generale nella quale ci troveremo ad operare.
2. Politiche energetiche: anche alla luce del risultato referendario, che boccia sonoramente la politica energetica del Governo, dobbiamo valorizzare la valorizzazione della nostra idea di piano energetico nazionale. L'energia rappresenta una delle sfide principali per un Partito che ambisca a governare il nostro Paese e su questo dovremo produrre momenti di confronto e costruzione di idee.
3. Immigrazione: il Partito Democratico è riuscito a proporre un modello alternativo e funzionale di gestione dei flussi migratori in una fase di emergenza come quella attuale. Il modello della distribuzione sui territori degli arrivi chiama ad una forte assunzione di responsabilità e condivisione sia degli enti locali che delle organizzazioni della società civile, e dimostra di funzionare. La Toscana è riuscita ad essere forza propulsiva del modello. Abbiamo bisogno, adesso che abbiamo anche un documento nazionale condiviso in merito sia per quanto riguarda l'analisi del fenomeno, sia sul piano delle proposte di un Governo possibile, di discutere e parlare di immigrazione. Il Pd metterà in piedi una grande iniziativa politica su questa tematica.
4. Assetti istituzionali: un tema cruciale per i prossimi mesi sarà quello legato al riassetto istituzionale. La ricerca dell'efficienza e dell'efficacia nella macchina amministrativa è necessaria in una fase di grande difficoltà, in cui la vessazione del Governo verso gli enti locali (tra tagli diretti o indiretti dei finanziamenti e normative troppo rigide come il patto di stabilità) si somma ad una crisi economica che si concretizza in minori entrate. Nei prossimi mesi dovremo fare scelte che rimettano in discussione modelli del passato, puntando a razionalizzare le risorse. Di certo, tra i settori nei quali dovremo continuare ad investire, dovrà esserci quello dei servizi sociali. In questo contesto di ridimensionamento delle risorse rientra anche la situazione della Fondazione Monte dei Paschi che auspichiamo concentri sempre più i propri investimenti in settori strategici in grado di avere un riflesso positivo su tutto lo sviluppo economico del territorio, oltre a garantire le coperture ai progetti avviati e a riconsiderare tutto il resto. E' in un periodo come questo che la necessità di austerità e rigore per tutti i soggetti economici ed istituzionali del nostro territorio appaiono con chiarezza, accanto allo spirito di voler affrontare insieme la difficile congiuntura economica.
5. Sanità: l'occasione della stesura del nuovo piano socio-sanitario 2011-2015, per la prima volta integrato, che supera i due differenti piani ci pone davanti la responsabilità di razionalizzare e riorganizzare ulteriormente, senza compromettere la qualità dei servizi e delle prestazioni. Per questo, ci sentiamo di appoggiare le prime linee di indirizzo regionali volte ad incentivare la prevenzione e la promozione di salute, la rimodulazione dell'offerta sanitaria incentrata su appropriatezza e sicurezza, una reale integrazione tra ospedale e territorio, la scelta di eliminare duplicati organizzativi e di accompagnare il percorso con azioni di sviluppo ed investimento. Per questi motivi, il Pd senese deve recitare un ruolo importante ed incisivo.
Ci aspettano mesi impegnativi dunque, con alle porte anche la conferenza nazionale sul partito, alla quale contribuiremo con un'elaborazione autonoma del Pd senese, assieme ai comuni al voto nel 2012 (Montalcino, Monticiano e Sarteano) sui quali dobbiamo fin da oggi avere rivolto lo sguardo.
Approvato all’unanimità.
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01/06/2011
DOCUMENTO DECRETO SUD
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Decreto sugli interventi speciali per la rimozione degli squilibri economici e sociali
Un’occasione mancata per innovare e rilanciare le politiche di sviluppo. Le proposte del PD
Un decreto per il Sud?
Il decreto di riforma delle politiche territoriali di sviluppo e di coesione, incardinato nella forma di
decreto attuativo della legge 42/2009 sul federalismo fiscale, viene venduto dalla macchina
propagandistica del Governo come il versante meridionalista dell’attuazione della legge 42. Non a
caso accanto al Ministro Calderoli, titolare dell’iniziativa governativa in materia di attuazione del
federalismo, è sceso in campo il Ministro Fitto, con una opportunistica divisione del lavoro che
cerca di far dimenticare come il Governo Berlusconi-Lega, a partire dal 2008, sia stato di gran
lunga il più antimeridionalista che la storia repubblicana d’Italia ricordi.
Lo schema di decreto, purtroppo, non è in grado di ribaltare questo giudizio. Non si tratta solo di
assenza di garanzie sulle risorse finanziarie, anche se questo punto non è secondario, considerato
che il Governo in carica ha tagliato le risorse stanziate nel 2007 dal Governo Prodi destinate agli
interventi di riequilibrio territoriale di quasi 20 miliardi in termini di competenza e di ben 38,5
miliardi tenendo conto anche delle rimodulazioni e delle modifiche allocative, sui 64 miliardi
originariamente disponibili.
Si tratta anche, e soprattutto, di una proposta molto modesta sul piano dell’innovazione, di cui ha
tanto bisogno questo settore alla luce delle difficoltà attuative riscontrate in passato. E di una
proposta separata, perfino nel linguaggio oltre che nelle categorie normative, dal resto dei decreti
collegati alla legge 42.
Insomma, la divisione del lavoro e della comunicazione politica fra i Ministri Calderoli e Fitto ha
generato una proposta di decreto che non si riallaccia in modo organico con la legge delega e con le
potenziali innovazioni in esse contenute, in particolare sul versante del raccordo fra interventi
ordinari e interventi speciali connessi ai processi di perequazione di tipo infrastrutturale. Con il
rischio che, per effetto di questo decreto, non emerga una vera politica per il Sud, ma piuttosto
un’ulteriore grave ghettizzazione degli interventi di riequilibrio territoriale all’interno delle
politiche pubbliche italiane.
Il Partito Democratico esprime quindi un giudizio fortemente critico e avanza una serie di proposte
mirate a una profonda riscrittura della proposta che il Governo ha inviato al Parlamento.
Nord e Sud: un destino comune
Alla base del nostro giudizio critico sta innanzitutto un’analisi dei divari territoriali di sviluppo in
Italia e dei loro recenti andamenti totalmente diversa da quella che il Governo ha fatto propria, e
che è emersa reiteratamente, sia in occasione della presentazione del cosiddetto “Piano Sud”, sia nei
Documenti di programmazione economica, come anche il recente Documento di Economia e
Finanza e il Piano Nazionale di Riforme ivi contenuto.
E’ da rigettare, perché errato anche nei fondamenti economici, un approccio che contrappone le
esigenze del sistema produttivo delle aree più sviluppate del Nord con le necessità di sviluppo delle
regioni meridionali: è l’approccio del Governo, in cui si ipotizza l’esistenza di due sistemi
economici distinti – quello del Nord, che funziona e ha bisogno solo di aggiustamenti e quello del
Sud, completamente da ridefinire. In realtà gli andamenti dell’ultimo decennio hanno dimostrato
come la dipendenza dagli scenari internazionali ed europei, quella dalle scelte nazionali e le
interrelazioni economiche tra le due aree sono così profonde da condizionare i risultati di tutti i
territori da cui l’Italia è composta.
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L’analisi delle dinamiche economiche dell’ultimo decennio mostra, infatti, accanto ad una
interruzione del processo di convergenza tra Sud e Nord del paese, un declino dell’intero sistema
economico nazionale rispetto alla media dei paesi dell’Unione europei. Nella tabella allegata si
riporta la dinamica del PIL per abitante delle ripartizioni italiane rispetto alla media europea
nell’ultimo decennio. Si evidenzia chiaramente come tutte le aree del paese mostrino una perdita
relativa; un arretramento che ha riguardato con particolare intensità le regioni del Nord del Paese
che, pur mantenendosi significativamente al di sopra del livello medio europeo, hanno ceduto nel
decennio oltre 10 punti percentuali.
Tab. 1 Pil per abitante delle Ripartizioni italiane: Media UE 27 = 100
1998 2000 2001 2005 2006 2007
Nord-Ovest 140,0 136,0 137,0 133,0 130,0 127,0
Nord-est 137,0 135,0 135,0 129,0 128,0 125,0
Centro 124,0 121,0 122,0 122,0 119,0 116,0
Meridione 74,0 72,0 73,0 72,0 71,0 69,0
Isole 75,0 72,0 74,0 73,0 72,0 70,0
Italia 113,0 110,0 111,0 109,0 107,0 104,0
Nord, Centro e Sud d’Italia hanno insomma un destino comune: crescono insieme o insieme
declinano, ed è sbagliato dal punto di vista analitico, prima ancora che da quello politico, pensare a
strategie divaricate fra le diverse macro-aree territoriali. L’integrazione del sistema paese e
l’interdipendenza fra le diverse aree territoriali fanno ampiamente premio sui fenomeni e sulle
tendenze centrifughe. Basti soltanto ricordare che ogni anno le esportazioni nette del Centro-Nord
verso il Sud superano 80 miliardi di euro (una cifra di gran lunga maggiore a quella del residuo
fiscale che il Centro-Nord vanta al riguardo del Sud), un dato addirittura superiore, in rapporto al
PIL, a quello precedente all’integrazione economica e monetaria d’Europa.
Dunque è l’intero paese che necessita di strategie in grado di invertire il declino e rilanciare lo
sviluppo. Una politica che miri a sostenere e rafforzare l’esistente è del tutto insufficiente. Occorre
procedere a sostanziali modifiche del modello di specializzazione, con un recupero anche della
questione dimensionale, come del resto stanno facendo altre economie in vista della ripresa. Qui
deve tornare in gioco, da protagonista attivo, il Mezzogiorno.
Fallimento delle politiche di sviluppo territoriale? Sgombrare il campo dalle ipocrisie
Per giustificare i tagli ai fondi destinati allo sviluppo e alla coesione territoriale il Governo utilizza
l’argomento che queste politiche stiano funzionando poco e male, e che necessitino di una
rivisitazione e di una messa a punto. Si tratta di una questione importante, su cui è necessaria una
vera riflessione politica, che esca dalla semplice propaganda. Se davvero si volesse fare di questo
decreto un momento di passaggio e di vera riforma, sarebbe per prima cosa necessario sgombrare il
campo della discussione pubblica da diverse ipocrisie.
E’ vero infatti che le percentuali di impegno e di spesa sul primo quadriennio dei piani 2007-2013
relativi ai programmi comunitari sono molto basse. Ma lo sono sensibilmente di più di quanto
avvenuto nel ciclo precedente di programmazione, il 2000-2006. Rendendo comparabili i dati
2000-2006 con quelli 2007-2013 (per tenere conto delle diverse posizioni assunte da Molise e
Sardegna) l’avanzamento sugli impegni al dicembre del 2003 (e cioè alla fine del quarto anno del
periodo di programmazione) è stato pari al 46,8 per cento, contro un dato del 18,9 per cento al
dicembre del 2010. Per quanto riguarda i pagamenti, si passa dal 21,6 per cento al 10,1 per cento.
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Da questi dati emerge il grande problema dell’incapacità realizzativa. Ma emerge anche che
l’incapacità realizzativa non è uniforme nel tempo, come se fosse una legge bronzea della storia, ma
sta invece notevolmente peggiorando. E peggiora soprattutto nell’ultimo triennio, dominato dalle
politiche antimeridionaliste del Governo Berlusconi, periodo in cui è certamente mancato un
indirizzo prioritario sull’attuazione di quei piani, non sono stati attivati i programmi basati
sull’intervento nazionale del FAS, mentre i vincoli del patto di stabilità interno inserivano nuovi
colli di bottiglia per le amministrazioni beneficiarie dei fondi.
L’incapacità realizzativa è stata ampiamente usata come arma contro le Regioni e gli altri enti
decentrati. Dimenticando, però, che le cifre di impegno e di spesa dei programmi a gestione centrale
(Ministeri, Anas, Ferrovie, ecc.) non sono affatto migliori (con la lodevole eccezione dei programmi
gestiti dal Ministero dell’Istruzione). Ciò non basta, ovviamente, ad assolvere le Regioni e gli enti
locali dalle loro mancanze, ma ci dice che l’incapacità realizzativa coinvolge pienamente anche lo
Stato e, soprattutto, i suoi concessionari nazionali di servizi pubblici. Ed ha quindi a che fare con
elementi (regole inefficienti, normative farraginose, programmazioni deboli, difficoltà di
progettazione, procedimenti di selezione dei progetti poco efficaci, ecc.) comuni a tutti i livelli della
Repubblica.
Non è questa la sede per indagare i motivi che hanno reso (relativamente) più efficace il periodo di
programmazione 2000-2006 al confronto con quello successivo. Tuttavia, si tratta di un’indagine
che andrà fatta, traendone senza remore le conclusioni. Ad esempio, potrebbe essere stato un errore
scorporare le funzioni di programmazione e di coordinamento delle politiche di sviluppo territoriale
dal Ministero dell’Economia, dove nacquero nel 1998 con Ciampi, ed accorparle al Ministero dello
Sviluppo Economico. Si tratta infatti di funzioni meglio esercitate da un Ministro un po’ più
“primus inter pares” degli altri. Anche la nuova soluzione di un Ministro delegato dal Presidente del
Consiglio, i cui uffici peraltro restano in forza al Ministero dello Sviluppo, non appare convincente.
Interventi speciali, federalismo fiscale, Mezzogiorno
Il decreto è il primo, in attuazione della legge 42, ad affrontare il tema della spesa in conto capitale,
e in particolare degli investimenti in infrastrutture. Emergono così, fin dall’inizio, due difetti.
Primo, il decreto non si intreccia in modo organico con la legge delega, e anche sul piano lessicale e
del linguaggio utilizzato è collegato più alla storia passata e presente delle politiche di sviluppo e di
coesione territoriali che alla nuova ”sintassi” del federalismo fiscale (ad esempio: quale relazione
fra perequazione infrastrutturale, fabbisogni standard e livelli essenziali delle prestazioni?).
Secondo, il decreto arriva dentro un vero e proprio vuoto pneumatico, perché l’attuazione della 42
non si è finora misurata con le spese in conto capitale (ad esempio: come si trasformano gli attuali
trasferimenti ordinari in conto capitale? Come si trattano le fonti di entrata tipiche degli
investimenti pubblici locali, come il ricorso al debito o i proventi straordinari?).
D’altra parte, le politiche per lo sviluppo e la coesione delle aree sottoutilizzate e per la rimozione
degli squilibri strutturali non esauriscono la gamma degli “interventi speciali” previsti dalla
Costituzione e dall’articolo 16 della legge 42. E la struttura (lessicale e finanziaria) della legge 42 si
applica a tutto il paese, e non alle sole aree in ritardo di sviluppo.
Potrebbe allora nascere la tentazione di “annegare” le politiche per lo sviluppo territoriale nel mare
più ampio degli “interventi speciali” e di considerare l’operazione della perequazione
infrastrutturale alla stregua di un “intervento speciale” senza particolari vincoli territoriali. Si
tratterebbe di un gravissimo e inaccettabile errore, perché le politiche territoriali di sviluppo e di
coesione devono restare comunque la parte principale degli “interventi speciali” e devono
continuare ad avere una logica legata all’obiettivo del superamento delle condizioni di dualismo
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strutturale del sistema Italia, come peraltro riconosce la stessa legge 42, grazie a una proposta di
emendamento presentata dal PD e approvata dal Parlamento.
Le proposte che il PD avanza servono proprio a superare questi difetti. Da un lato, riteniamo
necessario innovare le politiche di sviluppo territoriale, imparando dagli errori del passato, e anche
proponendo interventi più radicali di quelli, abbastanza modesti, proposti dal Governo. Dall’altro
lato, riteniamo necessario incardinare in modo organico le nuove politiche di sviluppo territoriale
nella intelaiatura riformata della finanza pubblica multilivello che l’attuazione della legge 42 ha
cominciato a costruire.
Perequazione infrastrutturale
La prima critica va rivolta al decreto interministeriale sulla perequazione infrastrutturale del 26
novembre 2010. L’articolo 22 della legge 42 prevede una fase di ricognizione “in sede di prima
applicazione” delle dotazioni infrastrutturali territoriali, ma sarebbe bene che il decreto di riforma si
occupasse anche della fase di “regime”, su cui invece il testo del Governo è silenzioso.
Il decreto “di prima applicazione” varato dal Governo introduce una metodologia di calcolo legata a
parametri fisici di offerta e scollegata dall’”architrave” di riferimento del federalismo fiscale, e cioè
i fabbisogni standard e i livelli essenziali delle prestazioni (LEP).
Anche in assenza di LEP, sarebbe utile introdurre il riferimento agli obiettivi e/o ai livelli di
servizio, che sono presenti sia nel decreto sui fabbisogni standard di Comuni e Province sia in
quello sulle Regioni. In altri termini, deve essere chiarito che gli “standard” a cui fa riferimento il
decreto interministeriale non sono cosa diversa dagli standard introdotti negli altri decreti di
attuazione della legge 42.
L’indagine sulle dotazioni infrastrutturali territoriali deve essere estesa sia ai tradizionali settori dei
“servizi essenziali” (sanità, assistenza, istruzione) sia ai servizi pubblici locali cui sono collegati
importanti funzioni fondamentali di Comuni e Province (servizio idrico, ciclo dei rifiuti, trasporto
pubblico locale e regionale, viabilità, illuminazione pubblica). Occorre considerare non solo
indicatori di offerta, ma anche di domanda.
Interventi ordinari e interventi speciali: come ridefinire l’”aggiuntività” dentro la grammatica
della legge 42
Il rapporto fra “ordinario” e “straordinario”, ovvero fra “ordinario” e “aggiuntivo”, è da sempre uno
dei punti critici delle politiche nazionali e comunitarie destinate ai territori sottoutilizzati. Visto che
ancora non c’è stata attuazione della legge 42 sul versante degli investimenti ordinari, la versione
del decreto proposta dal Governo è molto insoddisfacente e pericolosa, potendo avere come effetto
quello di scaricare sui fondi degli interventi speciali esigenze che dovrebbero trovare risposta nel
ciclo finanziario ordinario. E’ necessario quindi chiarire il rapporto fra interventi ordinari e
interventi speciali.
Non c’è dubbio che nei settori coperti da LEP debba esistere un legame fra convergenza ai
fabbisogni standard e perequazione infrastrutturale “ordinaria”. In settori come sanità, istruzione,
asili nido, assistenza, acqua, rifiuti, viabilità, trasporto su ferro, ecc. dovranno essere definiti
appositi piani pluriennali di investimento con precisi obiettivi da raggiungere nelle diverse aree
territoriali. In ciascuno di questi piani si dovranno stabilire obiettivi di investimento propedeutici al
raggiungimento, a seconda dei casi, di obiettivi di efficienza (costi standard) e/o di obiettivi di
miglioramento del livello e della qualità dei servizi.
Nel ciclo ordinario di decisione della finanza pubblica (DEF, legge di stabilità e provvedimenti
collegati) si dovrà, nel corso del tempo, stabilire ciò che è raggiungibile, per dati periodi temporali,
tramite i meccanismi ordinari di perequazione, presidiati dalla Conferenza permanente per il
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coordinamento della finanza pubblica. E va fortemente stigmatizzata l’assenza di questi elementi
nel Documento di Economia e Finanza che il Governo ha fatto approvare alla sua maggioranza
nell’ambito della prima applicazione delle nuove procedure europee di bilancio.
Occorre a questo punto evitare due opposti estremismi. Il primo sarebbe di mettere a carico della
finanza ordinaria l’obiettivo dell’integrale perequazione nei territori più svantaggiati. Viste le
difficoltà della finanza ordinaria, i tempi della convergenza risulterebbero lunghissimi, mentre
dall’altro lato le risorse “speciali” dovrebbero cercare allocazioni non più collegate ai LEP,
rischiando così di non cogliere alcune priorità fondamentali per lo sviluppo e la coesione
territoriale. All’opposto di questo, va evitata l’idea che i fondi destinati agli interventi speciali di
perequazione infrastrutturale non debbano più considerare la specificità delle aree territoriali più
svantaggiate.
Una posizione equilibrata è di ammettere il concorso dell’intervento “speciale” al finanziamento dei
piani di investimento collegati ai percorsi di convergenza definiti dalle procedure ordinarie, con il
vincolo che le risorse aggiuntive debbano essere utilizzate per permettere il raggiungimento di
obiettivi più elevati, per dati periodi temporali, di quelli fissati dalla perequazione ordinaria.
Questa proposta fornisce una traduzione operativa al principio proposto dalla Banca d’Italia nel
corso della sua audizione in Parlamento, e cioè di dare priorità, nei “nuovi” interventi speciali per la
rimozione degli squilibri territoriali, a obiettivi di riduzione del divario fra infrastrutture disponibili
e quelle necessarie ad assicurare un’adeguata qualità dei servizi pubblici.
Dal FAS al Fondo per lo sviluppo e la coesione
Il Governo propone di sostituire il FAS con un nuovo Fondo per lo sviluppo e la coesione. Ma non
inserisce nel decreto due elementi fondamentali:
a) non è chiaro se il nuovo Fondo andrà collegato esclusivamente alla programmazione delle
risorse successive al 2013 ovvero anche alla riprogrammazione delle risorse 2007-2013, che
sarà certamente ancora fungibile dopo il 2013;
b) nulla è detto sulla dotazione del nuovo Fondo e sui parametri quantitativi a cui ancorarla,
posto che il FAS ha subito decurtazioni (per competenza) di circa 20 miliardi fra 2008 e
2010 sui 64,4 originariamente stanziati dalla Legge Finanziaria 2007;
E’ vero che i parametri quantitativi inseriti per legge nel passato non hanno quasi mai funzionato (se
non nei primissimi anni dalla loro istituzione, nel 2000-2001), ma è altrettanto vero che sul piano
politico si tratta di un impegno di grande importanza, irrinunciabile per il PD, che propone una
forchetta variabile fra lo 0,6 e lo 0,4 per cento del PIL in ragione d’anno, a seconda che si debba
quantificare lo stanziamento di competenza o il consuntivo di cassa Va inoltre garantitala stabilità
della dimensione finanziaria del Fondo lungo il ciclo, innanzitutto prevedendo che le risorse non
possano essere facilmente rimodulate.
Inoltre:
a) per i documenti programmatici di rilievo comunitario va ripristinata l’intesa con le Regioni,
oltre che il principio del partenariato sociale, obbligatorio per i regolamenti comunitari;
b) il Documento di indirizzo strategico (art. 5, comma 3), che riassume gli elementi
fondamentali della programmazione che ha origine da indirizzi sia comunitari che nazionali,
dovrebbe avere una maggiore importanza politica, ad esempio attraverso un parere delle
competenti Commissioni parlamentari;
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c) va garantita la piena tracciabilità contabile delle risorse trasferite ai soggetti attuatori ai fini
dell’applicazione alla fonte” ma non “a valle” del patto di stabilità interno.
Lo schema di decreto contiene alcune innovazioni, che vanno però rafforzate e precisate:
a) va bene un nuovo e più efficace apparato sanzionatorio, ma esso va esteso a tutti i soggetti
attuatori, compresi quelli centrali (amministrazioni statali, concessionari nazionali);
b) va bene il “Contratto istituzionale di sviluppo”, ma ne vanno definiti i contenuti con
maggiore dettaglio (per ciascun singolo impegno del Contratto devono essere chiari il crono
programma, la valutazione, la responsabilità attuativa, i criteri di monitoraggio, le sanzioni
per eventuali inadempienze, ecc.);
c) va bene l’introduzione di elementi di condizionalità, ma deve essere chiaro che la funzione
di questo nuovo principio è di garantire l’efficacia e la rapida procedibilità degli interventi, e
quindi a questo ci si deve riferire e non ad altro (ad esempio, si può condizionare un
intervento sul trasporto all’esistenza di un piano regionale per i trasporti, ma non al
raggiungimento di obiettivi finanziari nel campo della spesa sanitaria).
Programmazione comunitaria e programmazione nazionale
Uno degli insegnamenti del passato è che la piena coerenza temporale fra programmazione
comunitaria e programmazione nazionale, pur essendo un obiettivo teoricamente ragionevole, ha
finito per penalizzare la seconda. Infatti non è tecnicamente possibile impostare davvero una
programmazione formalmente unica, poiché i vari fondi mantengono le proprie diverse
strumentazioni attuative. E’ stato anche per il dilatarsi delle tempistiche programmatorie sul FAS
2007-2013 che si è avuto buon gioco a sottrarre ad esso le risorse originariamente allocate.
Inoltre, fino ad oggi il modello di programmazione comunitaria tende a procedere dall’alto verso il
basso e presenta di fatto caratteristiche al tempo stesso molto generiche e molto rigide. L’Unione
Europea limita gli aspetti programmatici alle tipologie e ai settori d’intervento, ed è flessibile sulla
scelta dei progetti da inserire nei diversi contenitori settoriali. Ciò ha indotto in passato pratiche di
selezione progettuale non sempre ottimali, pur di dimostrare la capacità di spesa nei settori
predeterminati. Inoltre, e probabilmente sempre più in futuro, la programmazione comunitaria
dovrà rispondere a obiettivi e priorità europee, e questi si concentreranno su pochi settori strategici
d’intervento.
Il Fondo per lo sviluppo e la coesione dovrebbe invece potersi muovere anche su obiettivi
propriamente nazionali e con logiche che privilegino l’individuazione puntuale delle iniziative fin
dalla fase programmatoria, definendo tempestivamente l’effettiva fattibilità dei progetti e la
necessità del coinvolgimento degli attori (nazionali o locali) di volta in volta più adatti. Se, pertanto,
la programmazione del Fondo deve avere insieme caratteristiche molto puntuali e un respiro
programmatorio almeno di medio termine, noi pensiamo che sia bene accettare la sfida con una
necessaria dose di realismo.
La proposta è di mantenere il principio della programmazione pluriennale per cicli temporali
medio-lunghi in armonia con quanto previsto per la programmazione europea, ma di destinare il 30
per cento delle risorse del Fondo a una riserva da programmare lungo il ciclo in relazione agli
obiettivi di convergenza agli standard definiti dalla perequazione infrastrutturale, lasciando la
maggior quota restante, il 70 per cento, nel quadro di una programmazione pluriennale più generale,
come quella connessa alle procedure comunitarie.
Governance
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Gli interventi proposti dal Governo per riformare la governance appaiono deboli, e si riducono in
sostanza a una parziale centralizzazione delle procedure di programmazione. Poiché l’analisi degli
insuccessi degli ultimi anni ha molto a che fare con la governance, si dovrebbe essere più incisivi.
Queste le nostre proposte:
a) rafforzare e dare ruoli di terzietà al Dipartimento per le politiche di sviluppo, che dovrebbe
essere messo in condizione di esprimere un vero potenziale di coordinamento, in particolare
per la valutazione della condizionalità e della premialità;
b) sviluppare nuove forme di affiancamento e di assistenza tramite veri e propri apparati tecnici
“federali” (“agenzie”), costituiti in partenariato fra Stato e Regioni, che valorizzino i bacini
di competenze esistenti nelle strutture ordinarie;
c) dare un ruolo più ampio agli enti pubblici territoriali in fase di programmazione e di
attuazione;
d) riconoscere in sede di Conferenza delle Regioni appropriate forme di coordinamento e di
condivisione che coinvolgano l’insieme delle Regioni del Mezzogiorno.
e) prevedere adeguate innovazioni per attivare il partenariato sociale nel ciclo di decisione e di
attuazione sia della programmazione comunitaria che di quella nazionale.
Per quanto riguarda il punto c), Comuni e Province sono più efficienti delle Regioni nelle spese per
investimenti pubblici, e comunque il loro apporto è inevitabile per gli interventi che ricadono nel
loro ambito operativo. Naturalmente, si parla qui di progetti che hanno rango “locale”, e non
sovraregionale o nazionale. Ma se l’obiettivo è quello di migliorare la qualità e gli standard dei
servizi pubblici, non si tratta certo di un’area residuale.
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28/03/2012
Sintesi della relazione del segretario Pier Luigi Bersani durante la Direzione nazionale del PD
Bersani: "Dobbiamo arginare la recessione"
"In un paese carico di incertezze dobbiamo trasmettere salvezza, unità, sicurezza, convinzione che diano il senso della nostra posizione". Così il leader del PD, Pier Luigi Bersani durante la Direzione nazionale del Partito, ha introdotto la sua relazione poi votata e approvata all'unanimità dai delegati.
"Fisseremo un presidio sul lavoro, un tavolo con gruppi parlamentari e partito" nel quale si dialogherà con tutti i soggetti sociali. "Nelle prossime settimane non servono proposte estemporanee. Il PD non dev'essere un partito "con cento voci".
C'è la "necessita' di una politica attiva per contrastare la recessione" e serve "dare un segnale" chiaro in questo senso. Per dare respiro ai comuni c'è bisogno di una serie di interventi a tra cui "l'allentamento del Patto di stabilità". È necessario dare un messaggio di riscossa nazionale: “noi siamo consapevoli dei problemi che ci sono e siamo consapevoli nel dare il nostro appoggio al governo Monti anche in questi momenti di grande incertezza”. Ma non dimentichiamoci cosa è successo fino a poco tempo fa e chi ha governato 8 degli ultimi 10 anni. Dalla destra non accettiamo nessuna lezione!
“Il Partito Democratico è il principale soggetto per il cambiamento e il riscatto del Paese. Il PD dovrà essere l'infrastruttura nazionale capace di andare e dire le proprie idee in molti posti politici, culturali e sociali”.
Riforma del Lavoro. "Proponiamo di abbassare i toni e chiediamo alle forze parlamentari di riflettere sui punti controversi" della riforma del Lavoro che approda in Parlamento. "Noi non siamo fermi, ma siamo stati i primi ad intercettare la preoccupazione crescente tra i lavoratori. Ricordiamoci che per affrontare la riforma ci vuole anche modestia: sono i lavoratori che conoscono bene cosa sia la cassa integrazione e l'articolo 18. Si può arrivare in tempi rapidi a un risultato ragionevole con un dibattito parlamentare serio e costruttivo per correggere le lacune che ci sono. Siamo positivi e fiduciosi sull'esito della riforma”.
Legge elettorale. “Una cosa è chiara: il PD non traccheggia sulla necessità di riformare la legge elettorale. Per noi quella è una priorità assoluta a cui vorremmo aggiungere anche la diminuzione del numero dei parlamentari e una legge riforma dei partiti”. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che laddove non arrivano i meccanismi elettorali è la politica che deve dare delle risposte. La domanda che parte dal profondo del Paese con chi vai e contro chi sei, pretende una risposta”.
"Le forze di centrosinistra di governo si rivolgeranno a tutte quelle forze moderate e civiche che vogliono andare oltre il populismo e il berlusconismo che molti danni hanno portato al paese".
Primarie. La commissione statuto del PD si metterà subito al lavoro "per trovare soluzioni correttive che mettano in sicurezza le primarie", soluzioni che saranno votate nella prossima assemblea del PD dopo le amministrative. “Nella malaugurata ipotesi che non si possa arrivare ad una riforma della legge elettorale, le primarie saranno uno strumento democratico fondamentale. Non possiamo non tenere conto delle preoccupazioni di Franceschini e dovremmo trovare dei meccanismi alternativi di designazione dei candidati. Quando si entrerà nel merito vedrete che sarà possibile", ha detto Bersani in direzione chiudendone i lavori.
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23/06/2011
Documento conclusivo della Conferenza, votato alla unanimita
Proposto dalla commissione programmatica e organizzativa della Conferenza
La commissione programmatica e organizzativa propone il seguente ODG:
La prima conferenza nazionale per il lavoro approva il documento “Persone , lavoro, democrazia” e la relazione di Stefano Fassina. In particolare ne apprezza un concetto di fondo: le politiche di rilancio del valore del lavoro e il contrasto alla precarietà non possono risolversi con semplici formule legislative, ma devono consistere in un insieme di interventi di politica economica e sociale con al centro una scelta essenziale: restituire senso, dignità, valore e reddito al lavoro, in tutte le sue forme. Si tratta di rovesciare il paradigma della svalutazione del lavoro anzitutto con una operazione culturale. In termini operativi ed urgenti si devono promuovere riforme strutturali, liberalizzazioni, politiche industriali sui principi di “Industria 2015”, politiche ambientali, investimenti nella logistica e infrastrutture come specificato nel PNR presentato dal PD. In tale contesto si devono promuovere efficaci politiche di contrasto alla precarietà, innanzitutto per rendere il costo del lavoro a tempo indeterminato inferiore a quello del lavoro flessibile.
La Conferenza Nazionale, valutato positivamente il lavoro di analisi e di proposta emerso dalle Conferenze regionali, assume i contributi programmatici da esse approvati come parte integrante della proposta del PD per una iniziativa sui temi del lavoro e dello sviluppo diffusa su tutto il territorio nazionale.
La Conferenza inoltre assume gli ordini del giorno, i contributi tematici e di settore, che integrano ed arricchiscono il documento nazionale.
La Conferenza Nazionale riconosce ed impegna il PD a promuovere come buone pratiche le importanti politiche per il lavoro adottate dalle amministrazioni regionali e dagli Enti Locali guidati dal centrosinistra, nonostante i pesantissimi tagli ai trasferimenti dal bilancio dello Stato. Sono esempi concreti di politiche economiche per il lavoro possibili anche dentro i vincoli stringenti di finanza pubblica.
La Conferenza Nazionale ritiene di grande valore l’ampio dibattito svolto nelle assemblee e negli incontri preparatori e sottolinea le seguenti proposte di sintesi:
1. Un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile sostenuto dall’Europa.
L’occupazione delle donne e dei giovani deve diventare una priorità per l’Unione Europea e deve diventarlo per l’Italia. L’Europa deve supportare gli investimenti pubblici e privati per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, con l’emissione di eurobonds.
Per l’Italia è necessario un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile a cui concorrano, in modo coordinato e sinergico, con obiettivi verificabili governo, regioni, province, comuni e parti sociali. Nella consapevolezza dei vincoli di finanza pubblica, le risorse finanziare necessarie vanno recuperate dai fondi europei, nazionali e regionali e dai fondi interprofessionali per la formazione. Il Progetto deve prevedere l’equiparazione del costo e delle tutele di tutte le forme contrattuali, misure fiscali e politiche sociali di vantaggio per donne lavoratrici e giovani.
2. Legalità del lavoro e lavoro migrante.
Il contrasto al lavoro nero e irregolare è presupposto fondamentale per uno sviluppo fondato su regole minime di civiltà, e per la sicurezza nei luoghi di lavoro e nelle comunità. Il PD ha promosso una iniziativa legislativa nel Parlamento italiano ed in quello europeo per il perseguimento del reato di caporalato e di ogni forma di sfruttamento del lavoro. E si impegna a cancellare la vergogna della detenzione nei CIE.
3. Il Mezzogiorno come questione nazionale.
L’emergenza della disoccupazione giovanile e femminile assume dimensioni più gravi nel Mezzogiorno.
Pensare la questione meridionale come questione nazionale, è una condizione essenziale per una valutazione realistica dello stato dell’Italia. (rif. documento approvato Assemblea Nazionale del Partito Democratico il 4-5- febbraio 2011).
4. Modello contrattuale e partecipazione.
Il modello centrato sul contratto nazionale di lavoro va riformato, ma il contratto nazionale resta uno strumento irrinunciabile per garantire la tutela del lavoro e regolare la competizione. I contratti nazionali vanno drasticamente ridotti di numero e alleggeriti per materie regolate. Il secondo livello di contrattazione va valorizzato ed esteso, come strumento di qualificazione delle specifiche condizioni produttive e di miglioramento delle retribuzioni, ma non può vanificare il contratto nazionale.
Per promuovere la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e la democrazia economica il PD ha presentato proposte di legge per il pieno riconoscimento dei diritti d’informazione e consultazione dei lavoratori, l’istituzione di comitati consultivi permanenti, la promozione del sistema dualistico di governance aziendale (Consiglio di sorveglianza e consiglio di amministrazione) con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori nei consigli di sorveglianza.
5. La rappresentatività sindacale.
La regolazione della rappresentanza e rappresentatività sindacale è essenziale per garantire la democrazia nei luoghi di lavoro e il pieno coinvolgimento dei lavoratori nella validazione dei contratti secondo i principi dell’accordo Cgil, Cisl e Uil del 2008 e sulla base delle regole vigenti nel pubblico impiego. È urgente definire queste regole per soddisfare due requisiti: garantire l’efficacia degli accordi attraverso la certificazione della rappresentatività; garantire l’elezione delle Rappresentanze sindacali unitarie da parte di tutti i lavoratori e la piena agibilità sindacale anche per le organizzazioni non firmatarie degli accordi.
Una legge in materia di rappresentanza e democrazia nei luoghi di lavoro è utile solo per sostenere un accordo unitario fra le parti.
Il PD ed il lavoro
La Conferenza Nazionale per il Lavoro impegna tutte le strutture del PD a proseguire nel sostegno alle vertenze dei lavoratori coinvolti nelle crisi aziendali e ad estendere la presenza del Partito nel mondo del lavoro, fra i lavoratori dipendenti delle grandi e piccole imprese e delle pubbliche amministrazioni, fra i lavoratori autonomi e delle professioni, con particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e del lavoro precario.
A tal fine, la Conferenza invita tutte le organizzazioni territoriali del partito a costituire i Forum del Lavoro come sedi permanenti rappresentative delle articolazioni del lavoro e delle competenze in materie economiche, sociali e lavoristiche. Invita, inoltre, le organizzazioni del partito a costituire i circoli di ambiente organizzati nei luoghi di lavoro o per ambiti tematici e di settore.
La Conferenza chiede alla Segreteria Nazionale, alla Direzione Nazionale e all'Assemblea Nazionale di inserire nello Statuto del Partito Democratico la "Conferenza Nazionale per il Lavoro" quale appuntamento politico e organizzativo annuale permanente e, conseguentemente, chiede alla Direzione Nazionale di definirne il regolamento di attuazione.
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23/06/2011
Conferenza nazionale per il Lavoro - Genova, 17-18 giugno 2011
Relazione di Stefano Fassina
"Noi raccogliamo la sfida dell’innovazione progressiva: valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia".
Oggi, siamo al passaggio conclusivo di un lungo percorso. È stato un percorso aperto. Un percorso di apprendimento collettivo. Abbiamo incominciato a costruire una lettura condivisa. Una consapevolezza comune. Abbiamo riscontrato quanto articolata e variabile è la condizione del lavoro oggi in Italia.
Abbiamo incontrato gli operai della Vynils a Porto Torres e a Porto Marghera, quelli della Fiat a Termini Imerese, a Pomigliano, a Mirafiori e quelli di Fincantieri qui a Genova e a Castellammare. Le donne e gli uomini della Thyssen e della Basel a Terni. Gli ingegneri informatici dell’Eutelia. I precari delle pubbliche amministrazioni, offesi dal Ministro Brunetta, al quale ribadiamo la richiesta di dimissioni. I precari dei call center. Gli artigiani della provincia di Verona ed i giovani avvocati a Roma. I micro-imprenditori de L’Aquila e gli insegnanti a Palermo.
Il lavoro nel primo scorcio del XXI secolo si esprime in una straordinaria varietà e variabilità di condizioni materiali, storie personali e collettive. Anche conflitti fondati su interessi diversi, non su un’ideologia antagonista come racconta la vulgata del Ministro Sacconi. Un tratto comune, sotto traccia, esiste. E’ la domanda di dignità del lavoro. E’ la volontà di affermare il lavoro come fonte di dignità della persona e pilastro della Costituzione. E’ la disponibilità a convergere su un progetto di cambiamento progressivo per l’Italia.
La sfida investe il “senso del lavoro”, prima ancora che il piano programmatico. E’ la sfida che la “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, l’analisi più lucida della grande transizione in corso, pone alla politica. E’ la sfida sulla quale siamo impegnati: ridefinire il senso del lavoro per affermare, nel quadro di un’economia globale oggi senza regole democratiche, un “neo-umanesimo integrale”.
E’ una sfida ambiziosa in un “tornate storico” difficile. E’ sbagliato insistere a definire “crisi” la fase in corso. Siamo, in realtà, in una “grande transizione” geo-economica, geo-politica, tecnologica e demografica. E’ una fase di straordinario cambiamento. Il punto politico è: quale cambiamento? Il futuro è già scritto? L’alternativa in campo è resistere o cambiare lungo la strada della modernità regressiva? Nella divisione sindacale su “Fabbrica Italia” abbiamo avvertito il rischio di cadere nell’alternativa tra resistenza e rassegnazione.
No, l’alternativa non è resistere o cambiare. Innovare è necessario. Ma, l’alternativa è nel segno dell’innovazione. Progressiva o regressiva? In altri termini, la politica può tornare a regolare l'economia, oppure deve rimanere ancella ed eseguire le ricette dettate da ristrette oligarchie economiche e messe in bella forma da una parte delle forze intellettuali dell'accademia e dei media?
Oggi, il lavoro subisce rapporti di forza sfavorevoli come mai è stato nel secolo alle nostre spalle. Il capitale fa shopping globale di lavoro. Gli strumenti istituzionali, politici e sindacali per affermare il lavoro sono spuntati in quanto chiusi nello Stato nazionale. Così, in nome della possibilità di lavorare, le persone, prima che le organizzazioni sindacali, devono accettare ulteriore regressione delle condizioni del lavoro. Questa è la chiave per comprendere la vicenda Fiat e tante altre vicende, avvenute ovunque senza titoli di apertura dei media, nel ventennio alle nostre spalle. L’a.d. di Fiat-Chrysler fa il suo mestiere. Tuttavia, l’interesse legittimo della proprietà dell’impresa non è l’interesse generale. L’interesse dell’impresa diventa interesse generale quando è combinazione virtuosa di due interessi distinti: la proprietà dell’impresa ed il lavoro. È un patto, non è un atto unilaterale in nome di una modernità integralista.
La nostra sfida Noi raccogliamo la sfida dell’innovazione progressiva. La nostra sfida è valorizzare il lavoro come fonte di identità della persona e fondamento della democrazia. La nostra stella polare è l'art 1, l'art 3 e l’art 4 della nostra insuperabile prima parte della Costituzione. Il lavoro inteso nella sua generalità. Innanzitutto, l’anello più debole della catena, l’area sociale che più ha sofferto l’offensiva liberista: il lavoro subordinato, in tutte le sue forme, esplicite o coperte dal contratto a progetto o dalla Partita Iva. Poi, il lavoro autonomo vero. Il lavoro professionale. Il lavoro dell'imprenditore datore di lavoro. Oggi, nella recessione, siamo tutti nella stessa barca. Vero. Ieri, quando i profitti c’erano, eravamo su barche diverse. Pochi saltavano avanti. Troppi rimanevano indietro. La nostra è in primo luogo un’opzione etico-politica. Ma, è anche un’opzione per lo sviluppo sostenibile. Equità e sviluppo vanno insieme. L’equilibrio saltato tra il 2007 e 2008 era insostenibile in quanto sorretto dalla regressione del lavoro nelle economie mature e dalla conseguente massiva concentrazione del reddito e della ricchezza. La finanza allegra era funzionale ad alimentare a debito la macchina dei consumi. Oggi, siamo prigionieri della stagnazione nelle economie mature perché, invece di invertire il senso di marcia, insistiamo nella regressione del lavoro, direttamente nel mercato del lavoro o smantellando il welfare. Il nuovo non è neutro. Spesso è passato remoto camuffato da modernità. Noi vogliamo dare un segno progressivo all’innovazione. E’ difficile, ma è possibile. Gli eventi degli ultimi mesi lo dimostrano. Le domande delle piazze del Maghreb sono domande di lavoro, di miglioramento delle condizioni materiali di vita. Certo. Ma sono sopratutto domande di libertà, di dignità della persona.
Sono le stesse domande che assillano i protagonisti dei due video iniziali. Le domande dei giovani precari e disoccupati a all'angolo di Porta Portese a Roma prima della bella manifestazione “Non +” del 9 Aprile scorso e le domande degli adulti, i quarantenni e cinquantenni "sprecati". Sono le stesse domande che il centrosinistra e, in particolare, il Pd hanno incrociato nelle recenti elezioni amministrative e nei referendum di settimana scorsa. Sono domande di recupero di centralità della persona, di riappropriazione della politica, di riavvio della regolazione democratica dell’economia. Noi siamo riusciti ad intercettare la domanda di cambiamento progressivo perché abbiamo messo in campo un profilo identitario autonomo ed adeguato. La nostra responsabilità oggi è dare risposte operative efficaci per promuovere i beni pubblici. Non si può tornare indietro. Attenzione: qui c'è uno snodo politico decisivo. Le domande di cambiamento progressivo rischiano di rimanere senza risposta perché la politica, prigioniera degli Stati nazionali, non è all’altezza dell’economia globale. Non a caso, nell'UE, si rafforzano ovunque, anche nei porti un tempo sicuri delle democrazie nordiche, i populismi nazionalisti. Non a caso, dilagano le proteste degli "indignatos" a Puerta del Sol o davanti al Parlamento di Atene segnate anche dall’antipolitica. Le democrazie nazionali non hanno strumenti adeguati per rispondere alle domande. Questione democratica e questione sociale sono insieme, ma rischiano il cortocircuito. La debolezza della democrazia ha le stesse radici della debolezza del lavoro. Il futuro del lavoro è il futuro della democrazia.
Padri e figli Oggi, siamo di fronte ad una "emergenza giovani". Non solo precarietà, ma disoccupazione ed inoccupazione. Il bassissimo tasso di occupazione giovanile, riflesso di chi cerca lavoro e non lo trova e di chi non lo cerca più perché scoraggiato, deve diventare la nostra ossessione quotidiana. Le condizioni delle giovani generazioni sono drammatiche. I giovani sono l'area di sofferenza più acuta di uno smottamento che ha segnato l'insieme del variegato universo del lavoro del settore privato. Non soltanto le fasce più in basso, ma anche, ecco la novità economica e politica, la stragrande maggioranza delle classi medie. Il 90% dei lavoratori ha perso reddito e ricchezza a vantaggio del 10% più in alto. Emergenza giovani. Ma, l'interpretazione duale delle condizioni del lavoro non regge la prova dei dati di realtà. L'universo del lavoro del settore privato, in particolare del lavoro sostanzialmente subordinato, non é divisibile in figli precari e padri garantiti. La formula magica "meno ai padri, più ai figli" ha portato "meno ai padri e ancora meno ai figli".I padri garantiti non sono i lavoratori con qualche residua ed illusoria tutela, come indicano le gravi crisi aziendali ricordate prima. Ma, aree estese di rendita resistono tenacemente nell’economia. Lo dimostrano i dati vergognosi sulla mobilità sociale. Da noi, la metà dei figli eredita la posizione sociale ed economica della famiglia. Insomma, la principale linea di conflitto è sociale, prima che generazionale. Il vento del cambiamento deve portare concorrenza e merito. Allora, per rispondere davvero alle sempre più angosciate domande di futuro delle generazioni più giovani dobbiamo affrontare il nodo del sentiero di sviluppo e dei modelli di consumo e dell’ordine sociale promosso dalle politiche liberiste per un trentennio. Per rispondere alle aspettative delle giovani generazioni dobbiamo alzare lo sguardo.
Il rilancio politico dell’Unione Europea Che fare?Lo abbiamo indicato nel nostro Programma Nazionale di Riforma discusso con le parti sociali il 21 Marzo e proposto, inutilmente, al Ministro Tremonti per la discussione parlamentare. La politica economica comune definita dai governi di centrodestra in Europa va riorientata. La governance economica comune ha fatto passi avanti. Ma la direzione di marcia è sbagliata. Sappiamo tutto sul livello dei debiti sovrani e delle fragilità bancarie. Conosciamo i decimali delle previsioni di inflazione. Mai sentiamo dire che dalla metà del 2008, nell’UE 7 milioni di uomini e donne hanno perso il lavoro, circa 1 milione in Italia, inclusi i cassaintegrati. Innanzitutto i più giovani. L’Unione europea deve dotarsi di un motore autonomo di sviluppo alimentato dal sostegno alla domanda interna. La linea mercantilista dei governi di centro-destra, giocata sulla ulteriore destrutturazione dei rapporti di lavoro e sui tagli al welfare, porta l'UE ha sbattere. Ogni giorno diventano più elevati i rischi di rottura. Oggi, l'ostacolo alla ripresa è la carenza di domanda aggregata. Sono necessari investimenti, in particolare nella green economy, fonte straordinaria di occupazione di qualità, da finanziare attraverso eurobonds, la Financial Transaction Tax, la tassazione ambientale. Inoltre, è decisiva la redistribuzione del reddito, sia per via contrattuale sia attraverso le politiche di bilancio. Noi vogliamo dire la verità, una scomoda verità, alle generazioni più giovani: senza una strategia europea orientata allo sviluppo sostenibile, l'occupazione giovanile di qualità rimane una chimera. Il Pd non è solo in Europa. Non combattiamo contro i mulini a vento. Nella UE, gli altri partiti progressisti sono sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Settimana prossima Bersani incontra a Bruxelles gli altri leader progressisti europei per portare avanti un’agenda alternativa comune. Siamo insieme alla Confederazione Europea dei Sindacati, l’organizzazione unitaria di tutti i sindacati europei, la cui neo-eletta Segretaria Generale, Bernadette Ségol è qui con noi. Oggi siamo lontani dall’obiettivo. Ma non dobbiamo scoraggiarci. Quanto era lontano per Altiero Spinelli l’obiettivo di una comunità europea quando, nel 1941, in un carcere fascista, scriveva “Il Manifesto di Ventotene”? Qualche giorno fa, di fronte alla miopia dei governi di centrodestra europei, sono state ricordate le parole di Jean Monnet: “L’Europa si costruirà sulle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a tali crisi”.La realizzazione dell’euro è stato il più grande atto di responsabilità nei confronti delle giovani generazioni. Ma Amato, Ciampi, Prodi, Napolitano e gli altri statisti europeisti lo hanno posto come prima tappa di una svolta politica. Purtroppo, non si è andati avanti abbastanza. Le forze progressiste devono rimotivare l’Unione Europea come strumento di democrazia effettiva e di promozione del lavoro nell’arena globale del XXI secolo.
I compiti a casa L’insistenza sul rilancio progressista dell’UE non ci esime dai compiti a casa. Attenzione: la lettura duale dell’Italia declamata dal Ministro Tremonti è infondata. I dati smentiscono un Nord in corsa frenato da un Sud sempre più disperato. Come abbiamo indicato nel documento sul Mezzogiorno approvato dall’Assemblea Nazionale di Febbraio scorso, nel decennio pre-crisi le aree più dinamiche del Paese si sono allontanate dalla media europea più del Sud. L’Italia intera ha urgenza di riforme. La “Questione settentrionale” è questione nazionale tanto quanto lo è la “Questione meridionale”. La Lega ha perso le recenti elezioni perché ha continuato ad affrontare le domande del Nord su un piano di redistribuzione di risorse da soddisfare con l’appropriazione federalista. Non funziona. La questione settentrionale è questione di accumulazione, ossia di condizioni di competitività, di riforme. Noi dobbiamo aprire una stagione di riforme nazionali. L’elenco è noto. Le riforme strutturali, innanzitutto la scuola pubblica umiliata dai tagli ciechi, le pubbliche amministrazioni, il fisco, le liberalizzazioni; le politiche industriali per l’innovazione e la green economy; gli investimenti nelle infrastrutture. Le priorità le abbiamo indicate nel nostro PNR. Servono un obiettivo storico: il tasso di occupazione femminile al 60% alla fine del decennio. Tre milioni di donne in più al lavoro. Un obiettivo sistemico. Una svolta per l’occupazione giovanile e meridionale. Una rivoluzione gentile. Soltanto una stagione di riforme profonde può riavviare l’anemica produttività italiana. Purtroppo, il Governo Berlusconi per difendere tante posizioni di rendita ha polarizzato il nostro dibattito di politica economica sulla produttività del lavoro intesa come produttività dei lavoratori. Puntare sulla contrattazione di secondo livello per motivare i lavoratori e così innalzare la produttività è un contributo utile. Ma, il nostro problema di fondo è la produttività totale dei fattori, non la produttività dei lavoratori. L’anemia della nostra produttività dipende dai ritardi dei contesti produttivi: nelle infrastrutture e nella logistica, nei servizi pubblici e privati ai cittadini ed alle imprese, nei costi dell’energia, nel rispetto della legalità e nel civismo. I nostri ritardi dipendono dagli incentivi perversi del nostro sistema fiscale, generoso con le rendite e punitivo con i redditi da lavoro e da impresa. Una perversione accentuata dai decreti sul federalismo fiscale che ha ridotto le tasse sulle rendite immobiliari senza toccare le rendite finanziarie e innalzato le imposte sul patrimonio aziendale di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori. I nostri ritardi dipendono anche dalla carenza di investimenti delle imprese e dallo scarso contenuto innovativo degli investimenti effettuati. Tra le nefaste conseguenze dei contratti low cost, oltre all’impoverimento della qualità della vita delle persone, c’è stato anche il disincentivo agli investimenti innovativi. I nostri ritardi di produttività dipendono anche dalla qualità del management delle imprese. La differenza fondamentale tra l’Italia e gli altri grandi Paesi Europei e gli USA non è nella diffusione delle imprese familiari quanto nel fatto che nelle imprese familiari degli altri soltanto un terzo del management viene dalla famiglia, mentre in Italia supera i 2/3. Infine, ma non ultimo, i nostri ritardi di produttività dipendono dall’assenza di soluzioni giuridiche, fiscali, amministrative, di politiche industriali in grado di valorizzare la nostra dimensione prevalente di impresa. Piccolo non è né bello, né brutto in se. Dipende dal contesto nel quale è inserito.
Un Progetto nazionale per l’occupazione giovanile e femminile. L’emergenza della disoccupazione giovanile e femminile non può essere affrontata con interventi spot e toppe sullo status quo. Dobbiamo innovare radicalmente. Proponiamo un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile a cui concorrano, in modo coordinato e sinergico, con obiettivi certi e monitorabili, governo, regioni, province, comuni e parti sociali. I vincoli di finanza pubblica sono stringenti e vanno osservati. L’attuazione non può che essere graduale. Le risorse finanziare vanno recuperate dai fondi europei, nazionali e regionali e dai fondi interprofessionali per la formazione. Il Progetto dovrebbe prevedere:
- l’eliminazione dei vantaggi di costo del lavoro precario rispetto al lavoro stabile, un integrazione fiscale per sostenere le pensioni dei lavoratori più giovani e meno tutelati e la drastica riduzione delle forme contrattuali.
- una riforma vera del contratto di apprendistato, non strumento per abbattere il costo del lavoro, ma contratto effettivamente a causa mista per garantire formazione adeguata e certificata, durata minima e massima congrua e accesso fiscalmente agevolato al lavoro stabile.
- il potenziamento dei servizi pubblici per conciliare lavoro e maternità ed un significativo aumento della detrazione fiscale per le mamme che lavorano.
- la defiscalizzazione per i primi tre anni di attività delle imprese avviate da giovani.
- un salario o compenso minimo, determinato in relazione ai minimi dei contratti nazionali di riferimento.
- la regolazione e la remunerazione degli stage.
- indennità di disoccupazione e tutele fondamentali per tutte le tipologie di lavoro, dipendente, autonomo, professionale.
- l’universalizzazione dell’indennità di maternità e il ripristino delle norme di contrasto alle “dimissioni in bianco”.
- la riforma della formazione professionale e della formazione continua.
- l’introduzione di uno Statuto per i lavoratori autonomi ed i professionisti.
Contratti, rappresentanza, democrazia nei luoghi di lavoro, governance delle aziende Il CCNL va riformato, ma il CCNL è irrinunciabile. I contratti nazionali vanno ridotti di numero e assottigliati nella dimensione regolativa. Il secondo livello di contrattazione va valorizzato, ma non può vanificare il CCNL. Il contratto nazionale rimane uno strumento insostituibile per garantire coesione sociale e territoriale del paese e qualità delle strategie competitive. È urgente definire le regole per la rappresentanza e rappresentatività sindacale e la democrazia nei luoghi di lavoro per soddisfare due requisiti: garantire l’esigibilità degli accordi sottoscritti e garantire la piena agibilità sindacale anche alle organizzazioni non firmatarie degli accordi. In tale quadro, consideriamo come base della discussione il documento unitario di CGIL, CISL e UIL del maggio del 2008, il quale è, a sua volta, incardinato nei principi vigenti per il pubblico impiego. Quindi: centralità delle RSU, ossia rappresentanze sindacali elette da tutti i lavoratori; misurazione e certificazione indipendente della rappresentatività delle singole organizzazioni in base al mix di iscritti ed elettori. Per validare i contratti, tema di rilevanza costituzionale, riteniamo vada confermata la centralità della democrazia delegata, ossia la validazione a maggioranza del 50%+1. Riteniamo anche che vada riconosciuto, sia per i contratti aziendali che nazionali, alle organizzazioni sindacali non firmatarie e dotate nel loro complesso di una elevata rappresentatività o ad una ampia percentuale di lavoratori interessati dal contratto, il diritto di sottoporre l’esito del negoziato al referendum. Un eventuale accordo separato sulle regole della rappresentanza e della democrazia sarebbe per il Pd insostenibile e miope. Le regole del gioco devono essere condivise. Soltanto regole condivise possono alimentare il consenso per rendere esigibili erga omnes le decisioni prese in una fase di contenimento dei costi del lavoro e di indurimento delle condizioni di lavoro. Noi riteniamo che una legge sia utile per sostenere un accordo tra le parti. È strumentale e pericoloso l'improvviso innamoramento del Ministro Sacconi per la legge. È velleitario tentare di imporre una legge sulle regole della democrazia nei luoghi di lavoro a colpi di maggioranza parlamentare, soprattutto quando si tratta di una maggioranza parlamentare posticcia, netta minoranza nel Paese e la soluzione legislativa proposta è priva del consenso necessario al suo funzionamento. In una fase così difficile, avremmo bisogno di un Ministro all’altezza delle sue responsabilità istituzionali. Invece, da tre anni abbiamo a che fare con un Ministro intento a realizzare un suo disegno neo-corporativo nei contratti e nel welfare e a fare del lavoro l'unica variabile di aggiustamento dei problemi di competitività dell’Italia. Infine, il diritto di informazione e partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici alle scelte strategiche delle imprese, come previsto dall’art. 46 della nostra Costituzione. Il PD ha presentato proposte di legge per il pieno riconoscimento dei diritti d’informazione e consultazione dei lavoratori, l’istituzione di comitati consultivi permanenti, la promozione del sistema dualistico di governance aziendale con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori nei consigli di sorveglianza. Sono proposte sulle quali il PD chiede a tutte le forze politiche e sociali di misurarsi al più presto.
L’agenda di politica economica del governo L’Italia è in uno scenario più difficile del '92-'93. Le tre principali variabili compensative degli effetti del pesante aggiustamento fiscale allora compiuto sono oggi assenti: non possiamo svalutare; non possiamo contare sull'effetto dell'abbattimento degli spread sui tassi di interesse; non possiamo affidarci al traino della domanda europea, in quanto i programmi di aggiustamento fiscale riguardano pesantemente tutta l'UE. Noi abbiamo sostenuto, sin dall’estate 2008, che la priorità per ridurre il debito pubblico è l’innalzamento della crescita potenziale. Quindi, riforme strutturali, politica industriale, investimenti innovativi e spending review per ridurre e riqualificare la spesa. Il governo, per tutelare la coalizione della rendita, ha fatto il contrario. È andato avanti con tagli ciechi alla spesa, in particolare agli investimenti e aumenti surrettizi di entrate. Oggi, la linea comune decisa dai governi di centrodestra in Europa e le scelte sbagliate del governo italiano soffocano l’economia. Perseguire il pareggio di bilancio al 2014 implica recessione ed aumento della disoccupazione e fallimento degli obiettivi fissati. È un obiettivo irrealistico. Il governo deve chiarire al più presto, in Parlamento, che cosa intende fare. Non tenti di scaricare le responsabilità sulle spalle di chi viene dopo. Se non è il grado di scegliere, subito perché i mercati non aspettano Scilipoti, segua il messaggio chiaro delle urne. Vada via.
Una riflessione sul Pd L'impianto culturale della nostra posizione sul lavoro, la centralità del rapporto persona-lavoro-democrazia sarebbe stato difficile declinarla senza il contributo della pluralità di culture presenti nel Pd. L'amalgama qui è riuscito. È stato il risultato di un'intensa discussione ed elaborazione collettiva. Una sintesi innovativa ed adeguata alle sfide di fronte a noi. Il Pd si è affermato nelle difficile tornata elettorale appena chiusa in quanto ha incominciato ad essere in campo con un profilo identitario chiaro ed adeguato. Ora, abbiamo la responsabilità di costruire uno schieramento largo intorno ad un programma di ricostruzione morale ed economica dell’Italia. Uno schieramento oltre i confini della politica. Uno schieramento in grado di raccogliere le energie positive, le forze fresche della società civile protagoniste della tornata delle elezioni amministrative e dei referendum. Uno schieramento largo e plurale all'altezza di una sfida di portata costituente, tanto sul terreno istituzionale che economico e sociale.
In conclusione L'obiettivo del Pd è avviare la costruzione di un'alleanza tra le persone che lavorano. Non un blocco sociale omogeneo e statico, ma un’alleanza tra interessi diversi. Ricostruire il legame sociale unitario tra le persone per dare soggettività politica al lavoro. La soggettività politica del lavoro è condizione imprescindibile per dare anima, forza culturale ed etica all'alternativa politica. Il lavoro, nella grande transizione in corso, si propone come soggetto generale, non sommatoria di interessi parziali e corporativi. In tale scenario, per fare le riforme necessarie, abbiamo bisogno di un patto di portata costituente. Un patto tra le forze politiche, sociali ed economiche consapevoli che, oggi, affermare l’interesse generale del Paese è condizione per perseguire legittimi interessi di parte. Noi ci siamo. Noi non ci rassegniamo al declino del lavoro. Noi vogliamo contribuire a scrivere il cambiamento progressivo per un futuro di lavoro e di libertà. Per le persone, per il lavoro, per la democrazia. Per far tornare a sperare i ragazzi e le ragazze italiane ed europee
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20/06/2011
Documento conclusivo Assemblea Provinciale del Partito Democratico di Siena.
L’Assemblea Provinciale del Partito Democratico di Siena esprime un forte ringraziamento ai democratici e alle democratiche che si sono spesi per le elezioni amministrative 2011, ai candidati che si sono messi in gioco e ai tantissimi senesi che si sono recati alle urne alle amministrative e ai referendum del 12 e del 13 Giugno.
Un vento nuovo soffia nel nostro Paese: le vittorie nel primo e nel secondo turno delle amministrative e il raggiungimento del quorum nei referendum testimoniano un’altra Italia che c’è e che si è fatta sentire in modo inequivocabile. Un giudizio impietoso e deciso verso il centrodestra nei territori e sul piano nazionale assieme al segnale di un’Italia civica, attiva, legata alla nostra Costituzione e decisa a contare sui grandi temi del nostro presente. E’ un vento, questo, che trova le sue prime avvisaglie dalle splendide manifestazioni del 13 febbraio, dalle tante celebrazioni del 17 marzo.
Un vento nuovo che chiama il Partito Democratico e il centrosinistra ad una sfida eccezionale eppure difficile, quella di rappresentare un’Alternativa credibile, concreta, seria e capace, pur nelle ristrettezze economiche, di intraprendere quelle riforme necessarie per far correre il nostro Paese. Non ci dobbiamo abbandonare ai trionfalismi poiché la strada da percorrere è ancora lunga e impegnativa. Ci sentiamo però di esprimere un apprezzamento allo stato attuale delle cose per il paziente e serio lavoro del Partito Democratico per quanto riguarda l’elaborazione politica, la costruzione di proposte concrete su alcuni temi chiave (economia, lavoro, ambiente…), il radicamento, la capacità di elaborare modelli alternativi (ad esempio sul tema dell’immigrazione), lo sforzo organizzativo testo ad un Partito vivo e presente e, infine, la capacità di impostare grandi campagne nazionali di mobilitazione.
Non abbandonarsi a trionfalismi significa caricarsi addosso il proprio pezzo di responsabilità con autorevolezza e disinteresse a partire dai circoli fino al Partito nazionale. Il Partito Democratico è obbligato a sviluppare un salto di qualità percepito che lo porti ad essere il primo partito in Italia e l’architrave di una coalizione in grado di governare il Paese. Inoltre, abbiamo il dovere di tenere al centro dell’agenda politica un realismo e un’attinenza alla realtà massimi nell'analisi della grave crisi economica del nostro Paese, mentre dobbiamo riuscire a costruire un progetto, una speranza realizzabile. La crisi affonda profondamente le proprie radici nella società. C'è bisogno di un Partito che sappia produrre idee concrete e realizzabili punto per punto sugli argomenti chiave, come è stato fatto per il fisco o per il lavoro, per rappresentare il progetto politico alternativo alle macerie del berlusconismo.
I referendum sono stati un momento eccezionale di risveglio civico e civile. Il Governo afferma che ‘non è cambiato niente’, mentre molto è cambiato. In primo luogo sono cambiate oggettivamente tre cose. Il percorso immaginato dal Governo per la privatizzazione della gestione dell’acqua pubblica è naufragato, e questo chiama anche noi in Toscana ad una immediata riflessione sul futuro. La strategia energetica del centrodestra è stata sonoramente bocciata sull’unico punto qualificante espresso, ossia l’introduzione dell’energia nucleare. Il Presidente del Consiglio ha visto abrogare da milioni di cittadini l’ennesimo salvagente su misura costruito a proprio uso e consumo. Oltre a queste tre conseguenze oggettive, c’è una conseguenza politica innegabile: non si è votato su aspetti marginali dell’attività del Governo, ma su assi portanti, rispetto ai quali si è ampiamente invitato al non-voto pur di evitare il peggio. Questo significa che un Governo serio dovrebbe prendere atto di tale sconfessione e rassegnare immediatamente le proprie dimissioni.
Siena si conferma con un alto dato dell’affluenza (65,5%), seconda Provincia in Toscana e tra le prime in Italia. Il Partito Democratico si è mobilitato fortemente nei territori, con oltre cinquanta iniziative pubbliche e oltre centotrenta volantinaggi in Provincia, un’attività determinata che certamente ha contribuito al risultato complessivo. Inoltre c’è stata una proficua collaborazione con i comitati per l’acqua e per il nucleare, che tanto si sono spesi anche nei nostri territori per raggiungere l’obiettivo comune.
Le amministrative 2011 sul piano nazionale ci consegnano un quadro nel quale al primo turno, su cinque milioni e settecentomila elettori, dall’amministrarne due milioni e duecentomila, il centrodestra arriva ad amministrarne meno di settecentomila. Le vittorie simbolo sono senz’altro state Milano e Napoli con candidati non di diretta espressione del nostro partito ma nelle cui vittorie il Pd ha recitato, in modo responsabile, un ruolo decisivo. Abbiamo vinto anche a Torino, Bologna, Cagliari, Trieste, Mantova, Novara, Crotone, Macerata e in tanti altri comuni, tra cui la vicina Grosseto. Sui 29 tra sindaci di comuni capoluogo e presidenti di provincia, 24 sono espressione diretta del Partito Democratico.
Il ballottaggio di Milano ci ha consegnato l’immagine chiave di queste amministrative con Piazza Duomo inondata di arancione, con tanti giovani e tante donne a festeggiare un’avventura vissuta da protagonisti tutti insieme. Milano, assieme a tantissimi altri appuntamenti amministrativi, ci consegna anche un monito molto chiaro: uniti si vince. L’unità del Pd e del centrosinistra è condizione necessaria al successo. Assieme all’unità, contano i programmi e la capacità di esprimere idee chiare sui temi chiave dei nostri tempi: lavoro, redditi, pensioni, ambiente, servizi, scuola, fisco.
A Siena abbiamo festeggiato al primo turno la vittoria nel capoluogo e ci siamo affermati a Chiusi e Trequanda. Franco Ceccuzzi ha ottenuto il 54,7% dei consensi ed il Pd si è affermato con il 38,5%. Lo sforzo dei democratici e delle democratiche senesi è stato eccezionale, a partire dal Segretario Comunale Alessandro Mugnaioli, che è stato recentemente sostituito da Giulio Carli a cui va il nostro ‘in bocca al lupo’. La campagna elettorale, costruita attorno allo slogan ‘Bella Meravigliosa 2.0’, è riuscita anche a regalare alla città un momento bello, entusiasmante e ricco di contenuti. Fin dai primi giorni, il lavoro di Franco Ceccuzzi, della nuova Giunta e del nuovo Consiglio Comunale testimoniano un clima positivo, di grande aspettativa e di determinazione. Franco Ceccuzzi, come promesso in campagna elettorale, si è già dimesso da Parlamentare e vogliamo sottolineare il nostro ringraziamento per un’attività instancabile, legata al territorio e fatta di tanti risultati concreti.
I grandi sconfitti di questa tornata elettorale sono le liste civiche e il centrodestra. Il Pdl è fuori dal Consiglio Comunale di Chiusi, mentre abbiamo dato un segnale forte e chiaro ai trasversalismi o ai personalismi delle liste civiche battendole sonoramente. Le sconfitte di Casole d’Elsa e Pienza sono servite a costruire argini solidi, da implementare ogni giorno, contro il fenomeno di liste civiche che, ammantate dalla propria caratterizzazione ‘civica’, raccolgono il consenso del centrodestra mettendo in atto un trasversalismo inaccettabile o un personalismo che ormai anche sul piano nazionale inizia a vacillare.
L’Assemblea Provinciale ringrazia anche tutti i candidati di Chiusi e Trequanda, assieme a quelli di Siena. A Trequanda abbiamo ottenuto un ottimo risultato con il neosindaco Roberto Machetti e con un partito che si è messo pancia a terra, casa per casa e che ha saputo risvegliare ampi settori del paese (come dimostra anche l’alta affluenza al referendum). A Chiusi si è riusciti ad imporsi con la candidatura di Stefano Scaramelli dopo un ampio confronto interno al partito e alla coalizione. Anche a Chiusi, la raggiunta unità del Pd e di una coalizione a forte trazione Pd ci ha portati al successo.
Si apre adesso la stagione delle Feste Democratiche, che si stanno già svolgendo in tante frazioni del nostro territorio e che rappresentano la faccia pulita della Politica, promuovendo aggregazione, trasparenza nell’autofinanziamento ed elaborazione politica.
L'Assemblea Provinciale del Pd senese considera fondamentali e approva le seguenti priorità di lavoro:
1. Sviluppo e lavoro: la fase economica resta difficile ed incerta e c’è bisogno di un Partito Democratico attivo e presente nei territori, in sinergia con le amministrazioni locali. Il problema cruciale è quello dell’occupazione. Il nostro territorio ha quelle risorse necessarie a risollevarsi e ripartire al meglio, grazie anche ai numerosi e attenti interventi degli enti pubblici locali. Il lavoro e lo sviluppo, che già ci hanno visti impegnati nella conferenza provinciale e in quella nazionale nei giorni scorsi, devono rappresentare le priorità assolute della nostra agenda politica. In una fase complessa, in cui, nonostante il silenzio del Governo, ogni giorno abbiamo a che fare con disoccupazione e crisi aziendali, è necessario uno sforzo di unità e coesione sociale per uscire tutti insieme dalla crisi. Nei prossimi giorni, inizierà in Consiglio Regionale la discussione sul Piano Regionale di Sviluppo (PRS), che rappresenta la cornice generale nella quale ci troveremo ad operare.
2. Politiche energetiche: anche alla luce del risultato referendario, che boccia sonoramente la politica energetica del Governo, dobbiamo valorizzare la valorizzazione della nostra idea di piano energetico nazionale. L'energia rappresenta una delle sfide principali per un Partito che ambisca a governare il nostro Paese e su questo dovremo produrre momenti di confronto e costruzione di idee.
3. Immigrazione: il Partito Democratico è riuscito a proporre un modello alternativo e funzionale di gestione dei flussi migratori in una fase di emergenza come quella attuale. Il modello della distribuzione sui territori degli arrivi chiama ad una forte assunzione di responsabilità e condivisione sia degli enti locali che delle organizzazioni della società civile, e dimostra di funzionare. La Toscana è riuscita ad essere forza propulsiva del modello. Abbiamo bisogno, adesso che abbiamo anche un documento nazionale condiviso in merito sia per quanto riguarda l'analisi del fenomeno, sia sul piano delle proposte di un Governo possibile, di discutere e parlare di immigrazione. Il Pd metterà in piedi una grande iniziativa politica su questa tematica.
4. Assetti istituzionali: un tema cruciale per i prossimi mesi sarà quello legato al riassetto istituzionale. La ricerca dell'efficienza e dell'efficacia nella macchina amministrativa è necessaria in una fase di grande difficoltà, in cui la vessazione del Governo verso gli enti locali (tra tagli diretti o indiretti dei finanziamenti e normative troppo rigide come il patto di stabilità) si somma ad una crisi economica che si concretizza in minori entrate. Nei prossimi mesi dovremo fare scelte che rimettano in discussione modelli del passato, puntando a razionalizzare le risorse. Di certo, tra i settori nei quali dovremo continuare ad investire, dovrà esserci quello dei servizi sociali. In questo contesto di ridimensionamento delle risorse rientra anche la situazione della Fondazione Monte dei Paschi che auspichiamo concentri sempre più i propri investimenti in settori strategici in grado di avere un riflesso positivo su tutto lo sviluppo economico del territorio, oltre a garantire le coperture ai progetti avviati e a riconsiderare tutto il resto. E' in un periodo come questo che la necessità di austerità e rigore per tutti i soggetti economici ed istituzionali del nostro territorio appaiono con chiarezza, accanto allo spirito di voler affrontare insieme la difficile congiuntura economica.
5. Sanità: l'occasione della stesura del nuovo piano socio-sanitario 2011-2015, per la prima volta integrato, che supera i due differenti piani ci pone davanti la responsabilità di razionalizzare e riorganizzare ulteriormente, senza compromettere la qualità dei servizi e delle prestazioni. Per questo, ci sentiamo di appoggiare le prime linee di indirizzo regionali volte ad incentivare la prevenzione e la promozione di salute, la rimodulazione dell'offerta sanitaria incentrata su appropriatezza e sicurezza, una reale integrazione tra ospedale e territorio, la scelta di eliminare duplicati organizzativi e di accompagnare il percorso con azioni di sviluppo ed investimento. Per questi motivi, il Pd senese deve recitare un ruolo importante ed incisivo.
Ci aspettano mesi impegnativi dunque, con alle porte anche la conferenza nazionale sul partito, alla quale contribuiremo con un'elaborazione autonoma del Pd senese, assieme ai comuni al voto nel 2012 (Montalcino, Monticiano e Sarteano) sui quali dobbiamo fin da oggi avere rivolto lo sguardo.
Approvato all’unanimità.
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01/06/2011
DOCUMENTO DECRETO SUD
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Decreto sugli interventi speciali per la rimozione degli squilibri economici e sociali
Un’occasione mancata per innovare e rilanciare le politiche di sviluppo. Le proposte del PD
Un decreto per il Sud?
Il decreto di riforma delle politiche territoriali di sviluppo e di coesione, incardinato nella forma di
decreto attuativo della legge 42/2009 sul federalismo fiscale, viene venduto dalla macchina
propagandistica del Governo come il versante meridionalista dell’attuazione della legge 42. Non a
caso accanto al Ministro Calderoli, titolare dell’iniziativa governativa in materia di attuazione del
federalismo, è sceso in campo il Ministro Fitto, con una opportunistica divisione del lavoro che
cerca di far dimenticare come il Governo Berlusconi-Lega, a partire dal 2008, sia stato di gran
lunga il più antimeridionalista che la storia repubblicana d’Italia ricordi.
Lo schema di decreto, purtroppo, non è in grado di ribaltare questo giudizio. Non si tratta solo di
assenza di garanzie sulle risorse finanziarie, anche se questo punto non è secondario, considerato
che il Governo in carica ha tagliato le risorse stanziate nel 2007 dal Governo Prodi destinate agli
interventi di riequilibrio territoriale di quasi 20 miliardi in termini di competenza e di ben 38,5
miliardi tenendo conto anche delle rimodulazioni e delle modifiche allocative, sui 64 miliardi
originariamente disponibili.
Si tratta anche, e soprattutto, di una proposta molto modesta sul piano dell’innovazione, di cui ha
tanto bisogno questo settore alla luce delle difficoltà attuative riscontrate in passato. E di una
proposta separata, perfino nel linguaggio oltre che nelle categorie normative, dal resto dei decreti
collegati alla legge 42.
Insomma, la divisione del lavoro e della comunicazione politica fra i Ministri Calderoli e Fitto ha
generato una proposta di decreto che non si riallaccia in modo organico con la legge delega e con le
potenziali innovazioni in esse contenute, in particolare sul versante del raccordo fra interventi
ordinari e interventi speciali connessi ai processi di perequazione di tipo infrastrutturale. Con il
rischio che, per effetto di questo decreto, non emerga una vera politica per il Sud, ma piuttosto
un’ulteriore grave ghettizzazione degli interventi di riequilibrio territoriale all’interno delle
politiche pubbliche italiane.
Il Partito Democratico esprime quindi un giudizio fortemente critico e avanza una serie di proposte
mirate a una profonda riscrittura della proposta che il Governo ha inviato al Parlamento.
Nord e Sud: un destino comune
Alla base del nostro giudizio critico sta innanzitutto un’analisi dei divari territoriali di sviluppo in
Italia e dei loro recenti andamenti totalmente diversa da quella che il Governo ha fatto propria, e
che è emersa reiteratamente, sia in occasione della presentazione del cosiddetto “Piano Sud”, sia nei
Documenti di programmazione economica, come anche il recente Documento di Economia e
Finanza e il Piano Nazionale di Riforme ivi contenuto.
E’ da rigettare, perché errato anche nei fondamenti economici, un approccio che contrappone le
esigenze del sistema produttivo delle aree più sviluppate del Nord con le necessità di sviluppo delle
regioni meridionali: è l’approccio del Governo, in cui si ipotizza l’esistenza di due sistemi
economici distinti – quello del Nord, che funziona e ha bisogno solo di aggiustamenti e quello del
Sud, completamente da ridefinire. In realtà gli andamenti dell’ultimo decennio hanno dimostrato
come la dipendenza dagli scenari internazionali ed europei, quella dalle scelte nazionali e le
interrelazioni economiche tra le due aree sono così profonde da condizionare i risultati di tutti i
territori da cui l’Italia è composta.
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L’analisi delle dinamiche economiche dell’ultimo decennio mostra, infatti, accanto ad una
interruzione del processo di convergenza tra Sud e Nord del paese, un declino dell’intero sistema
economico nazionale rispetto alla media dei paesi dell’Unione europei. Nella tabella allegata si
riporta la dinamica del PIL per abitante delle ripartizioni italiane rispetto alla media europea
nell’ultimo decennio. Si evidenzia chiaramente come tutte le aree del paese mostrino una perdita
relativa; un arretramento che ha riguardato con particolare intensità le regioni del Nord del Paese
che, pur mantenendosi significativamente al di sopra del livello medio europeo, hanno ceduto nel
decennio oltre 10 punti percentuali.
Tab. 1 Pil per abitante delle Ripartizioni italiane: Media UE 27 = 100
1998 2000 2001 2005 2006 2007
Nord-Ovest 140,0 136,0 137,0 133,0 130,0 127,0
Nord-est 137,0 135,0 135,0 129,0 128,0 125,0
Centro 124,0 121,0 122,0 122,0 119,0 116,0
Meridione 74,0 72,0 73,0 72,0 71,0 69,0
Isole 75,0 72,0 74,0 73,0 72,0 70,0
Italia 113,0 110,0 111,0 109,0 107,0 104,0
Nord, Centro e Sud d’Italia hanno insomma un destino comune: crescono insieme o insieme
declinano, ed è sbagliato dal punto di vista analitico, prima ancora che da quello politico, pensare a
strategie divaricate fra le diverse macro-aree territoriali. L’integrazione del sistema paese e
l’interdipendenza fra le diverse aree territoriali fanno ampiamente premio sui fenomeni e sulle
tendenze centrifughe. Basti soltanto ricordare che ogni anno le esportazioni nette del Centro-Nord
verso il Sud superano 80 miliardi di euro (una cifra di gran lunga maggiore a quella del residuo
fiscale che il Centro-Nord vanta al riguardo del Sud), un dato addirittura superiore, in rapporto al
PIL, a quello precedente all’integrazione economica e monetaria d’Europa.
Dunque è l’intero paese che necessita di strategie in grado di invertire il declino e rilanciare lo
sviluppo. Una politica che miri a sostenere e rafforzare l’esistente è del tutto insufficiente. Occorre
procedere a sostanziali modifiche del modello di specializzazione, con un recupero anche della
questione dimensionale, come del resto stanno facendo altre economie in vista della ripresa. Qui
deve tornare in gioco, da protagonista attivo, il Mezzogiorno.
Fallimento delle politiche di sviluppo territoriale? Sgombrare il campo dalle ipocrisie
Per giustificare i tagli ai fondi destinati allo sviluppo e alla coesione territoriale il Governo utilizza
l’argomento che queste politiche stiano funzionando poco e male, e che necessitino di una
rivisitazione e di una messa a punto. Si tratta di una questione importante, su cui è necessaria una
vera riflessione politica, che esca dalla semplice propaganda. Se davvero si volesse fare di questo
decreto un momento di passaggio e di vera riforma, sarebbe per prima cosa necessario sgombrare il
campo della discussione pubblica da diverse ipocrisie.
E’ vero infatti che le percentuali di impegno e di spesa sul primo quadriennio dei piani 2007-2013
relativi ai programmi comunitari sono molto basse. Ma lo sono sensibilmente di più di quanto
avvenuto nel ciclo precedente di programmazione, il 2000-2006. Rendendo comparabili i dati
2000-2006 con quelli 2007-2013 (per tenere conto delle diverse posizioni assunte da Molise e
Sardegna) l’avanzamento sugli impegni al dicembre del 2003 (e cioè alla fine del quarto anno del
periodo di programmazione) è stato pari al 46,8 per cento, contro un dato del 18,9 per cento al
dicembre del 2010. Per quanto riguarda i pagamenti, si passa dal 21,6 per cento al 10,1 per cento.
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Da questi dati emerge il grande problema dell’incapacità realizzativa. Ma emerge anche che
l’incapacità realizzativa non è uniforme nel tempo, come se fosse una legge bronzea della storia, ma
sta invece notevolmente peggiorando. E peggiora soprattutto nell’ultimo triennio, dominato dalle
politiche antimeridionaliste del Governo Berlusconi, periodo in cui è certamente mancato un
indirizzo prioritario sull’attuazione di quei piani, non sono stati attivati i programmi basati
sull’intervento nazionale del FAS, mentre i vincoli del patto di stabilità interno inserivano nuovi
colli di bottiglia per le amministrazioni beneficiarie dei fondi.
L’incapacità realizzativa è stata ampiamente usata come arma contro le Regioni e gli altri enti
decentrati. Dimenticando, però, che le cifre di impegno e di spesa dei programmi a gestione centrale
(Ministeri, Anas, Ferrovie, ecc.) non sono affatto migliori (con la lodevole eccezione dei programmi
gestiti dal Ministero dell’Istruzione). Ciò non basta, ovviamente, ad assolvere le Regioni e gli enti
locali dalle loro mancanze, ma ci dice che l’incapacità realizzativa coinvolge pienamente anche lo
Stato e, soprattutto, i suoi concessionari nazionali di servizi pubblici. Ed ha quindi a che fare con
elementi (regole inefficienti, normative farraginose, programmazioni deboli, difficoltà di
progettazione, procedimenti di selezione dei progetti poco efficaci, ecc.) comuni a tutti i livelli della
Repubblica.
Non è questa la sede per indagare i motivi che hanno reso (relativamente) più efficace il periodo di
programmazione 2000-2006 al confronto con quello successivo. Tuttavia, si tratta di un’indagine
che andrà fatta, traendone senza remore le conclusioni. Ad esempio, potrebbe essere stato un errore
scorporare le funzioni di programmazione e di coordinamento delle politiche di sviluppo territoriale
dal Ministero dell’Economia, dove nacquero nel 1998 con Ciampi, ed accorparle al Ministero dello
Sviluppo Economico. Si tratta infatti di funzioni meglio esercitate da un Ministro un po’ più
“primus inter pares” degli altri. Anche la nuova soluzione di un Ministro delegato dal Presidente del
Consiglio, i cui uffici peraltro restano in forza al Ministero dello Sviluppo, non appare convincente.
Interventi speciali, federalismo fiscale, Mezzogiorno
Il decreto è il primo, in attuazione della legge 42, ad affrontare il tema della spesa in conto capitale,
e in particolare degli investimenti in infrastrutture. Emergono così, fin dall’inizio, due difetti.
Primo, il decreto non si intreccia in modo organico con la legge delega, e anche sul piano lessicale e
del linguaggio utilizzato è collegato più alla storia passata e presente delle politiche di sviluppo e di
coesione territoriali che alla nuova ”sintassi” del federalismo fiscale (ad esempio: quale relazione
fra perequazione infrastrutturale, fabbisogni standard e livelli essenziali delle prestazioni?).
Secondo, il decreto arriva dentro un vero e proprio vuoto pneumatico, perché l’attuazione della 42
non si è finora misurata con le spese in conto capitale (ad esempio: come si trasformano gli attuali
trasferimenti ordinari in conto capitale? Come si trattano le fonti di entrata tipiche degli
investimenti pubblici locali, come il ricorso al debito o i proventi straordinari?).
D’altra parte, le politiche per lo sviluppo e la coesione delle aree sottoutilizzate e per la rimozione
degli squilibri strutturali non esauriscono la gamma degli “interventi speciali” previsti dalla
Costituzione e dall’articolo 16 della legge 42. E la struttura (lessicale e finanziaria) della legge 42 si
applica a tutto il paese, e non alle sole aree in ritardo di sviluppo.
Potrebbe allora nascere la tentazione di “annegare” le politiche per lo sviluppo territoriale nel mare
più ampio degli “interventi speciali” e di considerare l’operazione della perequazione
infrastrutturale alla stregua di un “intervento speciale” senza particolari vincoli territoriali. Si
tratterebbe di un gravissimo e inaccettabile errore, perché le politiche territoriali di sviluppo e di
coesione devono restare comunque la parte principale degli “interventi speciali” e devono
continuare ad avere una logica legata all’obiettivo del superamento delle condizioni di dualismo
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strutturale del sistema Italia, come peraltro riconosce la stessa legge 42, grazie a una proposta di
emendamento presentata dal PD e approvata dal Parlamento.
Le proposte che il PD avanza servono proprio a superare questi difetti. Da un lato, riteniamo
necessario innovare le politiche di sviluppo territoriale, imparando dagli errori del passato, e anche
proponendo interventi più radicali di quelli, abbastanza modesti, proposti dal Governo. Dall’altro
lato, riteniamo necessario incardinare in modo organico le nuove politiche di sviluppo territoriale
nella intelaiatura riformata della finanza pubblica multilivello che l’attuazione della legge 42 ha
cominciato a costruire.
Perequazione infrastrutturale
La prima critica va rivolta al decreto interministeriale sulla perequazione infrastrutturale del 26
novembre 2010. L’articolo 22 della legge 42 prevede una fase di ricognizione “in sede di prima
applicazione” delle dotazioni infrastrutturali territoriali, ma sarebbe bene che il decreto di riforma si
occupasse anche della fase di “regime”, su cui invece il testo del Governo è silenzioso.
Il decreto “di prima applicazione” varato dal Governo introduce una metodologia di calcolo legata a
parametri fisici di offerta e scollegata dall’”architrave” di riferimento del federalismo fiscale, e cioè
i fabbisogni standard e i livelli essenziali delle prestazioni (LEP).
Anche in assenza di LEP, sarebbe utile introdurre il riferimento agli obiettivi e/o ai livelli di
servizio, che sono presenti sia nel decreto sui fabbisogni standard di Comuni e Province sia in
quello sulle Regioni. In altri termini, deve essere chiarito che gli “standard” a cui fa riferimento il
decreto interministeriale non sono cosa diversa dagli standard introdotti negli altri decreti di
attuazione della legge 42.
L’indagine sulle dotazioni infrastrutturali territoriali deve essere estesa sia ai tradizionali settori dei
“servizi essenziali” (sanità, assistenza, istruzione) sia ai servizi pubblici locali cui sono collegati
importanti funzioni fondamentali di Comuni e Province (servizio idrico, ciclo dei rifiuti, trasporto
pubblico locale e regionale, viabilità, illuminazione pubblica). Occorre considerare non solo
indicatori di offerta, ma anche di domanda.
Interventi ordinari e interventi speciali: come ridefinire l’”aggiuntività” dentro la grammatica
della legge 42
Il rapporto fra “ordinario” e “straordinario”, ovvero fra “ordinario” e “aggiuntivo”, è da sempre uno
dei punti critici delle politiche nazionali e comunitarie destinate ai territori sottoutilizzati. Visto che
ancora non c’è stata attuazione della legge 42 sul versante degli investimenti ordinari, la versione
del decreto proposta dal Governo è molto insoddisfacente e pericolosa, potendo avere come effetto
quello di scaricare sui fondi degli interventi speciali esigenze che dovrebbero trovare risposta nel
ciclo finanziario ordinario. E’ necessario quindi chiarire il rapporto fra interventi ordinari e
interventi speciali.
Non c’è dubbio che nei settori coperti da LEP debba esistere un legame fra convergenza ai
fabbisogni standard e perequazione infrastrutturale “ordinaria”. In settori come sanità, istruzione,
asili nido, assistenza, acqua, rifiuti, viabilità, trasporto su ferro, ecc. dovranno essere definiti
appositi piani pluriennali di investimento con precisi obiettivi da raggiungere nelle diverse aree
territoriali. In ciascuno di questi piani si dovranno stabilire obiettivi di investimento propedeutici al
raggiungimento, a seconda dei casi, di obiettivi di efficienza (costi standard) e/o di obiettivi di
miglioramento del livello e della qualità dei servizi.
Nel ciclo ordinario di decisione della finanza pubblica (DEF, legge di stabilità e provvedimenti
collegati) si dovrà, nel corso del tempo, stabilire ciò che è raggiungibile, per dati periodi temporali,
tramite i meccanismi ordinari di perequazione, presidiati dalla Conferenza permanente per il
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coordinamento della finanza pubblica. E va fortemente stigmatizzata l’assenza di questi elementi
nel Documento di Economia e Finanza che il Governo ha fatto approvare alla sua maggioranza
nell’ambito della prima applicazione delle nuove procedure europee di bilancio.
Occorre a questo punto evitare due opposti estremismi. Il primo sarebbe di mettere a carico della
finanza ordinaria l’obiettivo dell’integrale perequazione nei territori più svantaggiati. Viste le
difficoltà della finanza ordinaria, i tempi della convergenza risulterebbero lunghissimi, mentre
dall’altro lato le risorse “speciali” dovrebbero cercare allocazioni non più collegate ai LEP,
rischiando così di non cogliere alcune priorità fondamentali per lo sviluppo e la coesione
territoriale. All’opposto di questo, va evitata l’idea che i fondi destinati agli interventi speciali di
perequazione infrastrutturale non debbano più considerare la specificità delle aree territoriali più
svantaggiate.
Una posizione equilibrata è di ammettere il concorso dell’intervento “speciale” al finanziamento dei
piani di investimento collegati ai percorsi di convergenza definiti dalle procedure ordinarie, con il
vincolo che le risorse aggiuntive debbano essere utilizzate per permettere il raggiungimento di
obiettivi più elevati, per dati periodi temporali, di quelli fissati dalla perequazione ordinaria.
Questa proposta fornisce una traduzione operativa al principio proposto dalla Banca d’Italia nel
corso della sua audizione in Parlamento, e cioè di dare priorità, nei “nuovi” interventi speciali per la
rimozione degli squilibri territoriali, a obiettivi di riduzione del divario fra infrastrutture disponibili
e quelle necessarie ad assicurare un’adeguata qualità dei servizi pubblici.
Dal FAS al Fondo per lo sviluppo e la coesione
Il Governo propone di sostituire il FAS con un nuovo Fondo per lo sviluppo e la coesione. Ma non
inserisce nel decreto due elementi fondamentali:
a) non è chiaro se il nuovo Fondo andrà collegato esclusivamente alla programmazione delle
risorse successive al 2013 ovvero anche alla riprogrammazione delle risorse 2007-2013, che
sarà certamente ancora fungibile dopo il 2013;
b) nulla è detto sulla dotazione del nuovo Fondo e sui parametri quantitativi a cui ancorarla,
posto che il FAS ha subito decurtazioni (per competenza) di circa 20 miliardi fra 2008 e
2010 sui 64,4 originariamente stanziati dalla Legge Finanziaria 2007;
E’ vero che i parametri quantitativi inseriti per legge nel passato non hanno quasi mai funzionato (se
non nei primissimi anni dalla loro istituzione, nel 2000-2001), ma è altrettanto vero che sul piano
politico si tratta di un impegno di grande importanza, irrinunciabile per il PD, che propone una
forchetta variabile fra lo 0,6 e lo 0,4 per cento del PIL in ragione d’anno, a seconda che si debba
quantificare lo stanziamento di competenza o il consuntivo di cassa Va inoltre garantitala stabilità
della dimensione finanziaria del Fondo lungo il ciclo, innanzitutto prevedendo che le risorse non
possano essere facilmente rimodulate.
Inoltre:
a) per i documenti programmatici di rilievo comunitario va ripristinata l’intesa con le Regioni,
oltre che il principio del partenariato sociale, obbligatorio per i regolamenti comunitari;
b) il Documento di indirizzo strategico (art. 5, comma 3), che riassume gli elementi
fondamentali della programmazione che ha origine da indirizzi sia comunitari che nazionali,
dovrebbe avere una maggiore importanza politica, ad esempio attraverso un parere delle
competenti Commissioni parlamentari;
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c) va garantita la piena tracciabilità contabile delle risorse trasferite ai soggetti attuatori ai fini
dell’applicazione alla fonte” ma non “a valle” del patto di stabilità interno.
Lo schema di decreto contiene alcune innovazioni, che vanno però rafforzate e precisate:
a) va bene un nuovo e più efficace apparato sanzionatorio, ma esso va esteso a tutti i soggetti
attuatori, compresi quelli centrali (amministrazioni statali, concessionari nazionali);
b) va bene il “Contratto istituzionale di sviluppo”, ma ne vanno definiti i contenuti con
maggiore dettaglio (per ciascun singolo impegno del Contratto devono essere chiari il crono
programma, la valutazione, la responsabilità attuativa, i criteri di monitoraggio, le sanzioni
per eventuali inadempienze, ecc.);
c) va bene l’introduzione di elementi di condizionalità, ma deve essere chiaro che la funzione
di questo nuovo principio è di garantire l’efficacia e la rapida procedibilità degli interventi, e
quindi a questo ci si deve riferire e non ad altro (ad esempio, si può condizionare un
intervento sul trasporto all’esistenza di un piano regionale per i trasporti, ma non al
raggiungimento di obiettivi finanziari nel campo della spesa sanitaria).
Programmazione comunitaria e programmazione nazionale
Uno degli insegnamenti del passato è che la piena coerenza temporale fra programmazione
comunitaria e programmazione nazionale, pur essendo un obiettivo teoricamente ragionevole, ha
finito per penalizzare la seconda. Infatti non è tecnicamente possibile impostare davvero una
programmazione formalmente unica, poiché i vari fondi mantengono le proprie diverse
strumentazioni attuative. E’ stato anche per il dilatarsi delle tempistiche programmatorie sul FAS
2007-2013 che si è avuto buon gioco a sottrarre ad esso le risorse originariamente allocate.
Inoltre, fino ad oggi il modello di programmazione comunitaria tende a procedere dall’alto verso il
basso e presenta di fatto caratteristiche al tempo stesso molto generiche e molto rigide. L’Unione
Europea limita gli aspetti programmatici alle tipologie e ai settori d’intervento, ed è flessibile sulla
scelta dei progetti da inserire nei diversi contenitori settoriali. Ciò ha indotto in passato pratiche di
selezione progettuale non sempre ottimali, pur di dimostrare la capacità di spesa nei settori
predeterminati. Inoltre, e probabilmente sempre più in futuro, la programmazione comunitaria
dovrà rispondere a obiettivi e priorità europee, e questi si concentreranno su pochi settori strategici
d’intervento.
Il Fondo per lo sviluppo e la coesione dovrebbe invece potersi muovere anche su obiettivi
propriamente nazionali e con logiche che privilegino l’individuazione puntuale delle iniziative fin
dalla fase programmatoria, definendo tempestivamente l’effettiva fattibilità dei progetti e la
necessità del coinvolgimento degli attori (nazionali o locali) di volta in volta più adatti. Se, pertanto,
la programmazione del Fondo deve avere insieme caratteristiche molto puntuali e un respiro
programmatorio almeno di medio termine, noi pensiamo che sia bene accettare la sfida con una
necessaria dose di realismo.
La proposta è di mantenere il principio della programmazione pluriennale per cicli temporali
medio-lunghi in armonia con quanto previsto per la programmazione europea, ma di destinare il 30
per cento delle risorse del Fondo a una riserva da programmare lungo il ciclo in relazione agli
obiettivi di convergenza agli standard definiti dalla perequazione infrastrutturale, lasciando la
maggior quota restante, il 70 per cento, nel quadro di una programmazione pluriennale più generale,
come quella connessa alle procedure comunitarie.
Governance
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Gli interventi proposti dal Governo per riformare la governance appaiono deboli, e si riducono in
sostanza a una parziale centralizzazione delle procedure di programmazione. Poiché l’analisi degli
insuccessi degli ultimi anni ha molto a che fare con la governance, si dovrebbe essere più incisivi.
Queste le nostre proposte:
a) rafforzare e dare ruoli di terzietà al Dipartimento per le politiche di sviluppo, che dovrebbe
essere messo in condizione di esprimere un vero potenziale di coordinamento, in particolare
per la valutazione della condizionalità e della premialità;
b) sviluppare nuove forme di affiancamento e di assistenza tramite veri e propri apparati tecnici
“federali” (“agenzie”), costituiti in partenariato fra Stato e Regioni, che valorizzino i bacini
di competenze esistenti nelle strutture ordinarie;
c) dare un ruolo più ampio agli enti pubblici territoriali in fase di programmazione e di
attuazione;
d) riconoscere in sede di Conferenza delle Regioni appropriate forme di coordinamento e di
condivisione che coinvolgano l’insieme delle Regioni del Mezzogiorno.
e) prevedere adeguate innovazioni per attivare il partenariato sociale nel ciclo di decisione e di
attuazione sia della programmazione comunitaria che di quella nazionale.
Per quanto riguarda il punto c), Comuni e Province sono più efficienti delle Regioni nelle spese per
investimenti pubblici, e comunque il loro apporto è inevitabile per gli interventi che ricadono nel
loro ambito operativo. Naturalmente, si parla qui di progetti che hanno rango “locale”, e non
sovraregionale o nazionale. Ma se l’obiettivo è quello di migliorare la qualità e gli standard dei
servizi pubblici, non si tratta certo di un’area residuale.
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