21-10-2009
TREMONTI E IL GIOCO DELLE TRE CARTE CON "IL POSTO FISSO"
Tremonti non crede più nella flessibilità e si auspica il posto fisso per tutti. Il PD si augura che cominci dai precari della scuola e della pubblica amministrazione, ma oggi il PDL lo sconfessa bocciando gli emendamenti sul lavoro a tempo indeterminato. Se tutto questo succede in appena 24 ore non possiamo credere a un ministro che in quasi 2 anni di governo sul tema non ha mai discusso con l'opposizione e le parti sociali su come affrontare la crisi del lavoro, per poi parlare di questo non in un convegno a uso e consumo di tv e giornali ma nel Consiglio dei Ministri dove ci sono tutti quelli che non la pensano così sarà impossibile credergli. Infatti oggi il Pd ha messo alla prova il governo e il ministro Tremonti, sbugiardandoli. Il giorno dopo la propaganda alle parole seguono fatti contrari. Nella conversione del decreto legge 134 sul servizio scolastico, infatti, gli emendamenti del PD che avevano come obiettivo la trasformazione dei rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti di lavoro a tempo indeterminato, sono stati respinti in commissione senza alcuna motivazione. Lo denuncia Francesco Boccia, deputato del Pd e componente della commissione Bilancio: “Solo ieri il ministro Tremonti ha sorpreso il Paese dando l’impressione di voler tornare alle sue radici socialiste e promettendo il suo impegno a trasformare il lavoro dipendente in lavoro a tempo indeterminato. Dopo il suo outing, ha intenzione di rimediare alla incomprensibile bocciatura dei nostri emendamenti?”. Certo, il tempo dell'elogio della mobilità è ormai declinato al passato se il posto fisso è "la base della stabilità sociale", come il ministro dell'Economia ha ribadito a Milano, durante un convegno sulla partecipazione dei lavoratori all'azionariato delle imprese: "Non credo - ha detto il ministro - che la mobilità sia di per sè un valore. Per una struttura sociale come la nostra, il posto fisso è la base su cui costruire una famiglia. La stabilità del lavoro è alla base della stabilità sociale". A imporre forme di lavoro più flessibili, secondo Tremonti, è stata la globalizzazione che "non ha trasformato il quantum di lavoro ma la qualità di lavoro, passato da fisso a mobile. Era inevitabile fare diversamente". A Cesare Damiano, responsabile Lavoro del PD “fa piacere che Giulio Tremonti si sia convertito alla logica della stabilizzazione del lavoro. E’ inutile predicare il ritorno al ‘posto fisso’ senza riconoscere che gli effetti delle misure adottate dal governo Berlusconi sono l’aumento della precarietà e una nuova estensione del lavoro nero diventato, al tempo della crisi, una forma impropria e inaccettabile di ammortizzatore sociale. Predicare bene vuol dire razzolare bene. Se Tremonti vuol tornare al posto fisso cominci ad assicurare un lavoro stabile ai precari della scuola e della pubblica amministrazione...". La ricetta del PD. E' semplice: servono ammortizzatori sociali universali, “così da non lasciare scoperto chi perde il lavoro” spiega Tiziano Treu, poi il miglioramento del reddito da lavoro e da pensione, incentivi alle imprese a partire da quelle di piccolissima dimensione, come il ripristino del “credito d'imposta automatico alle imprese, per ammodernare i macchinari, migliorare la produzione e assumere davvero i giovani disoccupati – spiega Francesco Boccia – e di folgorazione in folgorazione il ministro potrebbe anche spostare 10 miliardi di Euro dei fondi Cassa Depositi e Prestiti Tremonti, per finanziare un fondo di garanzia per il credito a breve termine per tutte le imprese in crisi che oggi rischiano di espellere dal mondo del lavoro migliaia di lavoratori. Solo così le sue riconversioni potranno avere un fondamento di verità e soprattutto di serietà”. Le parole non possono essere in libertà. Su un tema importante come quello del lavoro che riguarda migliaia di famiglie, Tremonti non se la può cavare con una dichiarazione durante un convegno. Per questo il gruppo del Pd in commissione Lavoro ha chiesto al ministro dell’Economia di chiarire, in un’audizione formale, le sue dichiarazioni sul posto fisso e quale sia la linea del governo. Lo rende noto Alessia Mosca, deputata democratica in commissione Lavoro della Camera: “Se le sue non sono affermazioni demagogiche utili solo ad andare sui giornali, il ministro deve chiarire qual è la sostenibilità di bilancio della sua proposta che non ha trovato appoggio nel governo. Da tempo chiediamo interventi urgenti nel settore del lavoro come la riforma degli ammortizzatori sociali che il governo ha sempre rinviato. Per questo le affermazioni del ministro sembrano una boutade, ancora più grave per il momenti di crisi economica che colpisce pesantemente il Paese. Tremonti si assuma la responsabilità delle sue affermazioni invece di deviare l’attenzione”. Il governo Berlusconi-Tremonti e la controriforma del mercato del lavoro. Dopo aver vinto le elezioni il centro-destra si è impegnato sul lavoro, certo. Smontando tutto quel che di buono aveva fatto il governo Prodi come: • la lotta al lavoro nero • la lotta alle dimissioni in bianco, • la lotta all'uso distorto del lavoro a progetto, • la semplificazione dei rapporti di lavoro con la cancellazione di alcune forme di flessibilità, • le norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro • la diminuzione del costo del lavoro dei rapporti a tempo indeterminato • i crediti d’imposta alle imprese Così il duo Berlusconi-Tremonti si è dimostrato come quello del non fare e dello smontare se consideriamo anche che: • ha ignorato che i primi ad aver perso il lavoro sono stati i giovani e le donne con contratti atipici e l’esecutivo non ha voluto prevedere per loro, come il PD aveva proposto, alcun ammortizzatore sociale. • non è stato attuato il protocollo sul Welfare firmato nel 2007 che intendeva porre un limite ai contratti a termine incentivando quelli a tempo indeterminato e rendendo più cara la flessibilità • rende precari migliaia di insegnanti. Quest'anno nella scuola italiana sono stati tagliati 42.104 docenti e 15.167 unità di personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) per un totale di 57.271 unità. Lo Stato italiano spende il 4,7 per cento del Pil per la scuola mentre la media dell'Unione europea è del 5,5 e quella dell'OCSE del 5,8 per cento. Dunque, spendiamo meno che negli altri paesi, e ciononostante il Governo italiano ha tagliato altri 7 miliardi in tre anni su un budget annuale di 42 miliardi.

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